cronaca

Ansia, la nostra carissima... nemica. Come si manifesta e quali conseguenze può avere sui giovani

Dopo due anni di pandemia è diventata una presenza ingombrante che condiziona le vite di adulti e ragazzi. Ne parliamo con Martina Francalanci, specialista in Psicologia clinica e di Comunità, Psicologia giuridica e criminologia. Grazie alla sua consulenza abbiamo preparato questa guida


25 maggio 2022 Marco Sabia


C’è una famosa battuta dal sapore amaro che fa “Ansia mia fatti capanna”, con l’intento di sottolineare quanto un po’ tutti siamo un concentrato di paure, di frequente immotivate. L’ansia è un meccanismo spesso paralizzante, che scatena timori che riescono a bloccare i progetti delle persone, i loro sogni e di conseguenza anche le loro vite. Che si tratti di adolescenti e adulti, si potrebbe dire “Mal comune...ma non mezzo gaudio”. Senza contare che dopo due anni di pandemia, l’ansia è andata a incastrarsi in molti dei contesti che noi davamo per scontati, uno per tutti la socializzazione. Ma sull’ansia si può anche lavorare, affidandosi ad esempio ad una psicologa. Per capire come, noi ci siamo rivolti ad una grande esperta, la psicologa Martina Francalanci. Grazie a lei abbiamo fatto un viaggio nell’universo ansia.

Cos’è l’ansia e come si presenta?

L’ansia è un meccanismo fisiologico, che trova radici antichissime nell’essere umano e che serve a riconoscere il pericolo e a difendersi. Può essere distinta in normale e patologica: in quest’ultimo caso la persona si trova in allerta in condizioni di normalità. È un disturbo molto comune ed esistono numerosi stati ansiosi patologici come il disturbo da attacchi di panico, il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo post traumatico da stress, le fobie specifiche e altri. Solitamente quando si parla di ansia nel pensiero comune si fa riferimento al disturbo d’ansia generalizzato.

Tra i sintomi psicologici ci sono: eccessiva preoccupazione per questioni di scarsa importanza e incertezza per il futuro, paura di perdere il controllo e impazzire, paura di pericolo e morte imminente, continuo stato di tensione e inquietudine, scarsa interazione sociale, irritabilità e impazienza, difficoltà di concentrazione, depersonalizzazione, derealizzazione, scarsa memoria e disturbi del sonno. Tra i sintomi fisici invece troviamo: senso di oppressione al petto, dispnea, respirazione accelerata, palpitazioni, bocca secca e tremore, sensazione di nodo alla gola e difficoltà di deglutizione, sensazione di svenimento, sudorazione eccessiva e senso di debolezza, vampate di calore o di freddo improvvise, eccessiva minzione o diarrea, tensione muscolare.

Ci sono dei sintomi e delle sensazioni a cui far attenzione?

È una domanda complicata e potrei far riferimento ai classici (e validissimi) sintomi dell’ansia e della depressione ma solitamente rispondo così: se provi una sensazione di disagio, se ciò che stai vivendo rappresenta un cambiamento non positivo rispetto a un modo di vivere, e sentire, precedente, allora c’è qualcosa che non va. Ascoltare il proprio corpo è sempre un ottimo modo per capire cosa ci sta succedendo.

Quanto sono aumentati i disturbi legati all’ansia negli ultimi due anni?

La pandemia ha esasperato un disagio denunciato già in precedenza. Uno studio recente pubblicato su The Lancet sulla situazione internazionale ha rivelato come in oltre 200 paesi i casi di depressione maggiore e disturbi d’ansia sono aumentati del 28 e del 26% rispettivamente. Il target più colpito è quello delle donne (37% in più) seguito dalla fascia 18-24 anni (36% in più) e dagli under 18 (31% in più). In base all’analisi della domanda, le richieste di aiuto riguardano: difficoltà relazionali (+ 61%), disturbi d’ansia (+ 83%), disturbi dell’umore (+ 72%).

Quanto sono cresciuti, invece, gli attacchi di panico? Quali i soggetti più colpiti?

Gli attacchi di panico sono aumentati esponenzialmente come tutti i disturbi d’ansia. Colpiscono le donne, gli uomini che ricoprono posizioni manageriali e i giovani. Ancora una volta la popolazione giovanile è particolarmente colpita a causa delle restrizioni che impediscono la sublimazione delle pulsioni caratteristiche di questa fascia di età, e l’incertezza del futuro.

LE PAURE PIU' FREQUENTI

Come si gestiscono le paure per la salute e il lavoro? Gli adulti oggi hanno meno remore nel chiedere aiuto. Il Covid ha rappresentato una valida giustificazione per ammettere di aver bisogno senza per questo aver paura di essere additati. Purtroppo ancora oggi ci sono pregiudizi nel rivolgersi allo psicologo, anche se appunto, la situazione negli ultimi anni è cambiata. L’ansia rappresenta l’anticipazione di una situazione negativa: il mio consiglio è sempre quello di rimanere nel qui e ora, focalizzandosi sul concetto che anticipare un evento negativo e soffrirne non permetterà di evitarlo. Anzi.

Se “ci viene paura” a tornare a frequentare luoghi affollati, cosa dobbiamo fare? Solitamente con i pazienti utilizzo il potere dell’immaginazione: il cervello non distingue ciò che reale da ciò che è immaginato. Le fantasie guidate sono un’ottima tecnica per creare una traccia mnestica e abbassare così il grado d’ansia associato all’evento temuto. Inoltre insieme alla persona predispongo un «piano di inserimento» per approssimazioni successive: gradualmente si fanno delle cose che si avvicinano alla situazione fobica. Il tutto con un ottimo alleato, la respirazione consapevole.

Ci può fare un esempio delle tecniche a cui ha fatto accenno poc’anzi? Utilizzo tante tecniche diverse, mi piace attingere dai vari approcci. A volte mixo, e ne vengono fuori della curiose variazioni. E il mix è sempre pensato sulle caratteristiche e sui bisogni della persona. Le ricerche sugli outcome hanno dimostrato come non c’è un orientamento psicoterapico più efficace di un altro, ma l’efficacia dipende da un fattore aspecifico: la relazione. La relazione terapeutica è la base del percorso e l’unica responsabile della buona riuscita. Per citare qualcuno di famoso: «Di relazioni ci si ammala. Di relazioni si guarisce».

I DISAGI DEI GIOVANI DOPO IL COVID: I CAMPANELLI DI ALLARME

Gli adolescenti rappresentano la fascia di età che maggiormente ha risentito del lockdown, delle restrizioni. Già dai 13 anni il punto di riferimento diventa il gruppo dei pari. Come riconoscere un malessere dei propri figli?

- Peggioramento del rendimento scolastico, aumento o diminuzione eccessiva del peso, un tempo esagerato trascorso davanti allo smartphone senza un coinvolgimento in altre attività, comportamenti aggressivi auto e/o etero diretti. I giovani oggi non hanno difficoltà a chiedere aiuto, a me capita sempre più spesso che i genitori mi dicano che la richiesta è venuta direttamente dai figli. Ci sono gli psicologi scolastici, io sono uno di questi, e per i ragazzi può essere più semplice rivolgersi. In alternativa consiglio di parlare, di raccontare esperienze pregresse quando ci sono, di mantenere un colloquio aperto con i docenti. I genitori dovrebbero «esser» formati a captare i primi segnali di un problema? Se sì, come? L’informazione e la sensibilizzazione sono alla base della prevenzione primaria. Tenendo presente che fare i genitori sia un compito arduo e che ognuno ha le proprie competenze, i numerosi sportelli di ascolto presenti nelle scuole possono essere utili anche per questo. Chiedere una consulenza per capire come orientarsi è assolutamente opportuno.

- Molti giovani sono demotivati a scuola, arrabbiati a volte aggressivi. Il cervello non è stato creato per dare priorità alla matematica o alla filosofia, ma alla sopravvivenza. In un clima di tensione mondiale è quindi biologicamente comprensibile come si manifestino reazioni istintive.

- Poi ci sono i problemi relazionali: come già evidenziato, le dif ficoltà relazionali rappresentano uno dei tre motivi principali per cui si chiede aiuto. Intorno ai 13 anni il punto di riferimento non sono più gli adulti ma il gruppo dei pari: i ragazzi e le ragazze hanno bisogn o di uscire, confrontarsi, provare e pure sfidare le regole e contattare i limiti, propri e altrui. In un’epoca in cui, anche prima del Covid, i social hanno rimpiazzato l’incontro, dove un like è l’apprezzamento che in una generazione precedente sarebbe stato possibile in presenza, le restrizioni hanno esasperato modalità diverse. Un tempo i ragazzi e le ragazze si trovavano al muretto del paese, ai giardini, all’oratorio e quello era l’unico modo per raccontare qualcosa e mostrare magari la f elpa nuova. Oggi con una f oto inviata tramite una app di messaggistica istantanea è semplice, immediato e veloce. Il tutto senza alzarsi dal letto. I giovani hanno disinvestito.

- Paura di uscire, di socializzare: è una situazione purtroppo abbastanza comune. Spesso per i ragazzi e le ragazze gli amici sono quelli con i quali si parla online, magari non si sono mai visti vis à vis. E addirittura ho sentito espressioni come «Ci vediamo dopo» riferita alle partite online durante le quali i ragazzi possono parlare tra loro. Temo si sia alterata la percezione dei confini.

- Un uso/abuso di smartphone e social: può causare ansia e/o dipendenza nei giovani. Alcuni giochi hanno una componente di sfida, suspance e pericolo (virtuale) che stimola il sistema dopaminergico con conseguente tensione muscolare e stato di allerta. L’OMS ha inserito la dipendenza dai videogiochi tra i disturbi psichiatrici, denominandola “Games Disorder”: si tratta di un disturbo, prevalente tra 12 e i 16 anni, per il quale il videogioco diventa l’interesse centrale della vita del soggetto, compromettendone le relazioni interpersonali e provocando alterazione dell’umore, ansia, cefalea, perdita dell’appetito, attacchi epilettici e sintomi depressivi. Si sviluppa così un vero e proprio stato d’astinenza in cui, quando la persona non riesce a giocare, è pervasa da cattivo umore e irritabilità. È importante comunque sottolineare che secondo alcuni studi scientifici, queste attività di svago hanno effetti positivi: memoria, percezione, navigazione spaziale, ragionamento, problem solving e resilienza sono le principali abilità cognitive che vengono allenate e raffinate con l’uso dei videogiochi.

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