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L’intervista

«La montagna va rispettata, non temuta»: sull’Appennino reggiano aumentano gli interventi del Soccorso Alpino

Alberto Ferrari
«La montagna va rispettata, non temuta»: sull’Appennino reggiano aumentano gli interventi del Soccorso Alpino

Flavio Tripi, capo della stazione “Monte Cusna”, mette in guardia dai pericoli che escursionisti, famiglie, appassionati di trekking e arrampicatori possono correre cercando refrigerio tra i nostri monti

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«La montagna va rispettata, non temuta». Sono state queste le prime parole di Flavio Tripi, capo della stazione del Soccorso Alpino “Monte Cusna”. Le montagne dell’Appennino reggiano continuano ad attirare sempre più persone: escursionisti, famiglie, appassionati di trekking, arrampicatori e semplici curiosi che cercano refrigerio. Ma insieme alle presenze aumentano anche gli interventi del Soccorso Alpino e Speleologico Emilia-Romagna, chiamato sempre più spesso a soccorrere persone impreparate ad affrontare l’ambiente montano.

«La montagna non è pericolosa - sottolinea Tripi - ma va rispettata. Il rischio zero non esiste da nessuna parte, men che meno in quota. Essere preparati fa davvero la differenza». «Il 2025 è stato un anno particolarmente impegnativo. La stazione Monte Cusna è intervenuta in circa 90 operazioni di soccorso, quasi tutte attivate dalla centrale operativa del 118. Nella maggior parte dei casi non si è trattato di incidenti gravi, ma di persone disperse, che avevano perso l’orientamento o abbandonato il sentiero corretto. A pesare sono stati anche gli eventi meteorologici e, non di rado, una pianificazione insufficiente delle escursioni». Durante l’inverno infatti le continue oscillazioni delle temperature hanno creato una situazione insidiosa. «La neve si trasformava rapidamente in ghiaccio e molti escursionisti si sono trovati davanti condizioni completamente diverse da quelle immaginate. Le cadute e gli scivolamenti sono stati numerosi proprio per questo motivo». L’autunno, invece, che coincide con la stagione dei funghi «richiama molti frequentatori, spesso oltre i settant’anni, che si avventurano nei boschi aumentando il rischio di smarrimento o di infortunio», prosegue il capostazione.

«Il 2026, almeno fino all’arrivo del grande caldo, è stato più tranquillo». Ora, però, con il ritorno delle alte temperature, gli interventi stanno nuovamente aumentando. «Nei fine settimana la montagna viene letteralmente presa d’assalto da chi cerca un po’ di fresco. Il problema è che tanti salgono in quota senza esperienza. Non sempre ci troviamo davanti a persone ferite: spesso sono semplicemente stanche, disorientate o incapaci di ritrovare il sentiero». In caso di emergenza il numero da chiamare resta il 112. La chiamata arriva alla centrale unica, che valuta il tipo di intervento e coinvolge il Soccorso Alpino quando necessario. «Non esiste un centralino dedicato esclusivamente alla montagna», chiarisce Tripi. «Dietro ogni intervento c’è una macchina organizzativa composta quasi esclusivamente da volontari. Ricevuto l’allarme, i tecnici si ritrovano nella sede di Castelnovo Monti, caricano il materiale sanitario e alpinistico e raggiungono il punto più vicino con i mezzi fuoristrada. Da lì si prosegue a piedi, spesso per ore, fino alla persona da soccorrere» spiega il capostazione, ripercorrendo le modalità di intervento del Soccorso Alpino.

Quando le condizioni lo consentono entra in azione l’elicottero, normalmente quello di Pavullo o, in alcuni casi, quello di Ravenna. Entrambi dispongono del verricello e di personale specializzato nelle operazioni alpine, consentendo recuperi senza atterraggio e riducendo drasticamente i tempi. «Ci sono interventi che richiederebbero cinque ore di trasporto via terra e che con l’elicottero si risolvono in circa mezz’ora». Le operazioni possono però essere molto lunghe. Tripi ricorda un recupero sul Monte Casarola: «Abbiamo raggiunto il paziente verso le cinque del pomeriggio e siamo rientrati alle auto soltanto alle quattro del mattino successivo. L’infortunio era al ginocchio, ma il problema principale era il lungo trasporto della barella».Tra gli interventi più significativi delle ultime settimane ci sono quelli avvenuti ad inizio luglio. Sul sentiero Barbarossa, nei pressi del Casarola, un ragazzo è precipitato per una decina di metri riportando un politrauma. «Con due fuoristrada siamo arrivati quasi fino al bivacco, poi abbiamo proseguito a piedi. È intervenuto anche l’elicottero di Massa-Carrara e abbiamo collaborato con i tecnici durante il recupero». Nello stesso giorno, a Canossa, una giovane arrampicatrice si è fratturata un piede in una falesia ed è stata evacuata con un sistema di carrucole e contrappesi: «non è stata proprio una giornata leggera», commenta scherzando Tripi.

La prevenzione resta però l’arma più efficace per scongiurare infortuni, smarrimenti ed interventi dei sanitari: rispetto significa anche conoscenza e preparazione. Il Soccorso Alpino collabora con il Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, organizza incontri nelle scuole superiori di Castelnovo Monti e Reggio Emilia e promuove attività formative insieme alle guide ambientali escursionistiche. «Se si vuole fare una passeggiata alla Pietra di Bismantova basta informarsi. Se invece si punta alla cima del Cusna servono allenamento, attrezzatura adeguata e conoscenza delle condizioni meteo. Chi è alle prime esperienze può affidarsi alle guide alpine oppure frequentare i corsi del Cai. Le competenze si imparano». «Dopo il Covid la frequentazione della montagna è cresciuta sensibilmente. In particolare l’arrampicata sta vivendo un vero boom». Ma, come sottolinea Tripi: «essere molto bravi in palestra non significa esserlo automaticamente all’aperto. In parete cambiano il meteo, la roccia, la temperatura, la luce. La montagna richiede sempre umiltà e preparazione».l© RIPRODUZIONE RISERVATA

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