11 settembre, 25 anni dopo. «Abbiamo visto il fumo dal Pentagono. Di quei giorni ricordo il silenzio nelle strade»
Il reggiano Gabriele Losi era alla Georgetown University, a pochissimi chilometri dal Dipartimento della Difesa, bersaglio dei terroristi in cui persero la vita 189 persone
Reggio Emilia «Ero appena arrivato in laboratorio, abbiamo ascoltato alla radio l’attacco alle Torri Gemelle, poi abbiamo sentito un boato. Dopo poco abbiamo realizzato: anche il Pentagono era stato colpito». Gabriele Losi, nel 2001, aveva 28 anni ed era un ricercatore a Washington, nell’ambito della neurofarmacologia. Oggi lavora nell’istituto di Nanoscienze come primo ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, in collaborazione con Unimore, e lo afferma con orgoglio: «Quella esperienza di studio è stata fondamentale per accumulare punteggio e dare una svolta alla mia carriera professionale».
Il suo biennio americano è però stato caratterizzato dal dramma dell’11 settembre, che proprio 25 anni ha vissuto da vicino. Quella mattina, quella in cui tutti si ricordano cosa stavano facendo e dove si trovavano, Losi era alla Georgetown University, a pochissimi chilometri dal Pentagono, bersaglio dei terroristi in cui persero la vita, complessivamente, 189 persone. In quei momenti, dal laboratorio, Losi scattò con la macchina fotografica una foto in cui si vede in lontananza la colonna di fumo, simbolo di quegli attacchi.
«Vedevamo il fumo ma c’era grande confusione e le notizie erano frammentate, visto che si parlava di altri possibili bersagli a Washington – ricorda Gabriele Losi–. Le prime ipotesi erano riconducibili a un disastro aereo, la gente urlava e c’era grande panico. Molti dipendenti sono scappati a casa o a recuperare i figli, io e altri ricercatori, invece, siamo rimasti lì attaccandoci alla radio. In un secondo momento abbiamo raggiunto la casa del mio collega e abbiamo acceso la tv, vedendo quello a cui il mondo intero stava assistendo».
Il quarto aereo dei devastanti attacchi dell’11 settembre, tra l’altro, aveva proprio come obiettivo la Casa Bianca o il Campidoglio di Washington, e invece si è schiantato in un campo in Pennsilvania dopo la rivolta dei passeggeri.
Ancora oggi, 25 anni dopo, è impossibile non provare commozione nel ripensare a quella giornata ma, in generale, a tutto quel periodo successivo agli attacchi di matrice terroristica negli Stati Uniti: «Ricordo che furono settimane angoscianti, quelle immagini avevano creato uno shock collettivo –prosegue–. La mia famiglia mi chiedeva di tornare ma alla fine decisi di rimanere lì completando il percorso di studi. Pensate che un mio parente sarebbe dovuto venire a trovarmi il 12 settembre, ovviamente tutto saltò perché l’aeroporto restò chiuso un mese».
Losi, però, tornò comunque in Italia un mese dopo l’11 settembre tranquillizzando i propri cari : «Presi un volo diretto Washington-Milano a prezzi bassissimi, ricordo che nessuno se la sentiva di volare in quei giorni. Passammo sopra New York, Ground Zero faceva impressione. Sono tornato nell’area dove sorgevano le Torri Gemelle nel 2002 e nel 2004».
Losi oggi ha 53 anni, vive a Marmirolo e ha saputo far fruttare la sua laurea e le sue conoscenze in ambito scientifico ma ogni tanto, al lavoro o anche in serate con amici, deve riaprire l’album dei ricordi per una ferita che non si è mai rimarginata del tutto: «Ogni tanto qualcuno mi chiede e racconto. Quell’esperienza ha lasciato un segno in tutti noi, sono cose che ti fanno riflettere», dice. E quando gli viene chiesto quali sono le immagini che ricorda maggiormente di quel giorno, che non sarà mai un giorno come un altro, precisa che ce ne sono due: «La prima sono le persone che si lanciavano dalle Torri andando incontro alla morte. La seconda è il silenzio di quei giorni nelle strade. Un silenzio – conclude – che non ho mai dimenticato».
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