Orsini lancia l’allarme davanti a Mattarella e Meloni: «L’Europa cambi o l’industria crolla»
Il presidente di Confindustria nell’assemblea annuale a Bologna: «I costi energetici minano l’esistenza. In Italia stipendi troppo bassi»
BOLOGNA. Chi era abituato a relazioni istituzionali da gioco dei ruoli, con toni da “noi” e “loro”, dall’alto del pulpito di Confindustria, ieri è rimasto deluso. Il presidente Emanuele Orsini non ha parlato solo ai “suoi”, ma al Paese, con un discorso dai toni marcati, tanto concreti quanto politici. Il suo è stato un percorso ben preciso: dal mondo, citando la Cina come «unica superpotenza», all’Europa dove «nell’ultimo biennio abbiamo assistito a un vero e proprio smottamento del sistema industriale europeo». Ma in mezzo c’è un’Italia dove il rischio per Orsini è «perdere la nostra industria». Cinque parole chiave contro l’allarme sulla tenuta del sistema industriale a livello europeo: l’energia, con la sospensione dell’Ets, stipendi, spendig review, debito europeo e competitività. L’appuntamento annuale degli industriali, quest’anno al Convention Center La Nuvola, ha avuto una platea di valore, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, oltre al ministro Adolfo Urso e ai massimi esponenti dell’industria italiana.
Allerta energetica
«La prima leva è l’energia», ha detto Orsini, sottolineando che per il sistema produttivo il prezzo dell’energia è diventato «una vera e propria minaccia esistenziale». E il punto, secondo Confindustria, è che l'Italia non può continuare a pagarla nei propri stabilimenti ai prezzi più alti d’Europa. Da qui la proposta: riportare l'energia nella competenza esclusiva dello Stato. Una scelta che, per Orsini, dovrebbe essere presa «con coraggio e in modo bipartisan», superando frammentazioni e ritardi decisionali. Il presidente di Confindustria ha richiamato le scelte compiute in passato, a partire dalla rinuncia al nucleare, e dalle difficoltà legate alle decisioni sulle rinnovabili. Il risultato, ha detto, è che l'Italia è oggi «fuori scala e fuori mercato». Tra le soluzioni indicate dagli industriali c’è anche il ritorno al nucleare. E ha respinto l’obiezione sui tempi lunghi: dire che il nucleare sia inutile perché servono dieci o quindici anni per attivarlo, ha detto, è falso. «Inutile è ogni anno, ogni mese, che si perde».
Europa nel mirino
A Bruxelles Orsini imputa anche una burocrazia «lunare che va fermata» a favore di «una governance molto diversa da quella attuale, con tempi e procedure snelle ed efficaci - aggiunge - Purtroppo, costruire un'Europa veramente federale richiede tempi lunghissimi. Dobbiamo procedere sulla via che i Trattati consentono, quella della cooperazione rafforzata». Energia è il mantra in casa come fuori, perché tutta l'industria di base europea «è sotto pressione per il costante aumento dei prezzi della produzione e senza di essa crolla l'intera economia europea». Soluzioni? «Serve un mercato unico, così come quello dei capitali, e un debito comune perché per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno che non possono arrivare né dai limitati margini dei bilanci nazionali né dal bilancio comune. Gli attuali 280 miliardi l’anno, da dividere tra 27 Paesi, non risolvono il problema. Il debito comune che chiediamo - continua - occorre per finanziare investimenti strategici: infrastrutture energetiche, reti digitali, intelligenza artificiale, difesa, nucleare e materie prime. E solo così potremo affrontare la posizione dominante della Cina che sta colonizzando i nostri mercati». Qui l’applauso più fragoroso. Stoccata anche sull'Ets che «va sospeso perché sappiamo che i tempi europei per una revisione efficace sono troppo lunghi. Evitiamo altre chiusure e delocalizzazioni». E fa un esempio su tutti: «Nel distretto ceramico emiliano - spiega - il costo dell’energia superiore del 40% rispetto alla media europea mette a rischio 40 mila posti di lavoro».
A tu per tu col governo
Con la premier Meloni «non sempre ci siamo trovati d'accordo su alcuni punti», ma per Confindustria «una parola chiave è quella del dialogo, l’abbiamo detto anche col sindacato. Partiamo sui punti che ci uniscono in Italia e in Europa per far sì che comunque al centro ci sia la crescita. Perché senza crescita non c'è ridistribuzione, non c’è benessere generale».
Stipendi bassi
E sui redditi Orsini è stato chiaro: «I salari bassi incidono negativamente sulla qualità della vita delle persone, sulla natalità e frenano la domanda interna, ma noi da soli, con i nostri migliori contratti, non riusciremo a risolverli. E le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia». Per la politica c’è un passaggio in più: la proposta di rivedere detrazioni, agevolazioni e spese fiscali per recuperare 20 miliardi di euro da riallocare «un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola».
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