Lupi in Appennino: nel Parco sei su dieci sono “ibridi”. Due progetti per salvare la specie
Willy Reggioni dal 2012 è il responsabile del Wolf Apennine Center (WAC), cuore operativo del progetto europeo Wolfness e del progetto Wolf-IT2000
Cosa resta di un lupo quando dentro di lui scorre sangue da cane? La domanda, scomoda e urgente, guida da anni il lavoro silenzioso di un gruppo di ricercatori sull’Appennino. Non si tratta di sfumature genetiche, ma del futuro stesso del Canis lupus. Perché se il lupo perde la sua identità, a sparire non è solo una specie: è un intero equilibrio ecologico che rischia di crollare. Willy Reggioni lo sa bene. Da trent’anni osserva, studia e protegge il lupo nel Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.
Dal 2012 è il responsabile del Wolf Apennine Center (WAC), cuore operativo del progetto europeo Wolfness e del progetto Wolf-IT2000, che puntano a tutelare il lupo in un’epoca in cui la sua espansione ha superato i confini della wilderness - delle aree incontaminate, prive di presenza umana - arrivando fin dentro le pieghe del paesaggio umano. «Il lupo è tornato a occupare il suo spazio. Ma più si avvicina all’uomo, più si alza il rischio che perda qualcosa della sua natura. È il paradosso della conservazione moderna». Il progetto Wolfness, coordinato dall’Università La Sapienza di Roma e finanziato nell’ambito del programma europeo Biodiversa+, durerà quattro anni. L’obiettivo è chiaro: contrastare l’ibridazione antropogenica tra lupo e cane domestico. Un fenomeno ancora poco conosciuto dal grande pubblico, ma che minaccia seriamente l’integrità genetica della specie. Reggioni non usa mezzi termini: «Purtroppo stiamo introducendo nel patrimonio genetico del lupo geni di origine canina che abbiamo selezionato per i nostri bisogni».
L’ibridazione non è solo un fatto biologico. È un cortocircuito evolutivo. Il cane, forgiato nei secoli per vivere con l’uomo, non ha le stesse regole del lupo: né nel corpo, né nella mente. Quando questi mondi si mescolano, nascono esemplari che potrebbero essere meno adatti alla vita selvatica, meno efficaci nella caccia, più inclini all’interazione umana, con ripercussioni sull’intero ecosistema. La risposta? Reggioni la chiama rimozione riproduttiva. «Catturiamo l’ibrido, lo sterilizziamo e in due giorni lo rimettiamo nel suo branco. Così non si riproduce, ma mantiene il suo ruolo sociale all’interno del gruppo famigliare». Un’operazione chirurgica, scientifica, che mira a ridurre la percentuale di incroci nelle popolazioni selvatiche. E che parte da dati concreti: grazie all’analisi genetica degli escrementi, il team del WAC è in grado di identificare ogni individuo, assegnargli un nome, seguirne la storia. E le storie, in Appennino, non mancano. Nel 1998, quando si cominciò a usare la genetica, un singolo lupo veniva tracciato per anni. Oggi, la situazione è molto più fluida. Ogni tre anni, si assiste a un ricambio del 100% della popolazione. Le cause sono diverse, ma il tasso di mortalità rimane alto – e non sempre naturale. «Il bracconaggio resta una delle principali minacce. Spesso non sappiamo se un lupo è morto o ha semplicemente lasciato il territorio. Ma la pressione umana si sente, eccome».
Oggi si stima che oltre il 60% degli individui nel Parco presenti tracce di ibridazione. E in più del 70% dei nuclei familiari è stato riscontrato almeno un caso. Non si tratta di ibridi di prima generazione ma di ibridi "introgressi" per i quali è impossibile risalire alla generazione di appartenenza. Numeri comunque drammatici, soprattutto in un’area come quella dell’Appennino emiliano, dove il fenomeno del randagismo canino è pressoché assente. Segno che una cattiva gestione dei cani domestici, anche a chilometri di distanza, può generare effetti a cascata su interi ecosistemi. Nel branco, però, le regole restano le stesse: si riproducono solo una femmina e un maschio. Gli altri collaborano, vivono in equilibrio, si adattano alle stagioni. Dopo le nascite estive, ogni famiglia può arrivare a contare sette, otto esemplari o più. Ma con l’inverno, tornano ad essere quattro o cinque. La montagna è dura. La selezione, spietata. «Ci siamo chiesti come fare. E abbiamo deciso di intervenire. È un tema spinoso, certo. Ma se vogliamo che il lupo resti davvero se stesso, non possiamo più ignorarlo», evidenzia Reggioni. In fondo, anche questo è un atto di cura. Una forma nuova – e antica – di alleanza con la natura. Dove l’obiettivo non è solo salvare una specie, ma preservarne l’essenza più profonda, quella che ancora ulula, ma è soprattutto silenziosa, nei boschi dell’Appennino.