Un mese in Perù per curare i bimbi: «Portare aiuto dove non c’è appaga»
Il medico e odontoiatra Enrico Spallanzani è rientrato da Chacas, un paese sulle Ande
Rubiera Enrico Spallanzani, medico e odontoiatra rubierese, protagonista di tanti viaggi in aiuto delle popolazioni del Togo e del Perù, è appena rientrato da Chacas, paese sulle Ande a 3.500 metri di altezza, dove ha prestato servizio per un mese all’Ospedale dei poveri Mama Ashu. Spallanzani, dentista in pensione di 69 anni, presidente provinciale di Aido e ancora responsabile sanitario di Avis e Croce Rossa, oltre che dell’Odontoiatria dell’ambulatorio Caritas "Querce di Mamre" di Reggio Emilia, a questi viaggi ormai ci ha abituato.
Ha iniziato nel 2010, con la moglie Graziella Zambelli, venuta purtroppo a mancare a febbraio scorso. Ogni estate la coppia partiva per i viaggi della solidarietà, in Africa con l’associazione Aviat e in Perù con Operazione Mato Grosso, movimento di volontariato missionario. Per lui questo è stato il primo viaggio, il quinto in Perù, senza la sua compagna di una vita: «La prima volta da solo - ha scritto al momento della partenza da Malpensa -. So però che mia moglie Graziella è con me e mi assisterà dal cielo aiutandomi a portare un aiuto a questa gente che vive una vita sempre in salita».
Dottor Spallanzani fermo proprio non ci sa stare.
«Non è nella mia indole - risponde con un largo sorriso -. Sono tornato sabato, e già sono al lavoro per le associazioni locali e metto a punto il viaggio in Togo. Da là attendo notizie sulla perforazione per il primo pozzo che costruiremo: è finanziato con i fondi raccolti qui a maggio in memoria di Graziella. Ne sorgeranno altri, abbiamo raccolto molti fondi. Lì l’acqua è vitale. Partirò a metà ottobre, ma starò meno che in Perù. Lì è un’altra cosa: dopo un giorno di volo, quando arrivi, ti attendono altre 15 ore di pullman, non ci sono treni; più cinque ore di fuori strada. È tutto un sali e scendi».
Che situazione ha trovato?
«A Chacas c’è un ospedale gestito da medici volontari italiani, con personale peruviano. Ci sono ecografi e altre attrezzature. Ma per una Tac bisogna ricorrere agli ospedali delle grandi città. La sanità pubblica in Perù è quasi assente e quella privata ha costi proibitivi per la maggior parte delle persone. A Chacas ci sono soprattutto agricoltori che usano ancora l’aratro e il bue. Ma a colpire, al di là della povertà, è l’impressione di una generalizzata impossibilità a curarsi».
Lei di cosa si è occupato?
«Soprattutto dei bambini delle due scuole missionarie di Chacas con ragazzi fino ai 16 anni. Ma non solo. Sono stato in diverse altre missioni vicine, come a Yanama, a 3 ore e mezza da Chacas, o San Luis. Inoltre, appena si viene a sapere dell’arrivo di un nuovo medico straniero, in tanti raggiungono l’ospedale dalle zone vicine pieni di speranza. Dopo le vaccinazioni di base i bambini dai 6 anni in Perù sono, praticamente, abbandonati a loro stessi. Non esiste, per esempio, la cultura dell’igiene orale. A 11 e 13 anni molti hanno già i denti definitivi gravemente danneggiati».
Cosa le ha dato più soddisfazione?
«Tutto. In particolare poter curare bambini e ragazzi con disabilità anche gravi delle due case di accoglienza di San Luis, che poi sono venuti all’ospedale di Chacas. Questo grazie all’aiuto dell’anestesista Francesca, che è riuscita a sedarli a sufficienza, e degli altri collaboratori».
La sua giornata tipo?
«Sveglia alle 6.30 poi ospedale, fino alle 18. Quando sei là devi sfruttare al massimo tutto il tempo che puoi dedicare loro e fai letteralmente con quello che hai».
Che cosa le ha lasciato questo nuovo viaggio?
«Ogni volta quello che ricevi è sempre molto di più di quello che dai. Sono sempre stato nel volontariato ma quando vado all’estero porto aiuto dove non c’è, e questo motiva tanto. La stanchezza, davvero, non la senti».