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Così l’autostrada del Sole cambiò Reggio Emilia

Andrea Mastrangelo
Così l’autostrada del Sole cambiò Reggio Emilia

Dino Felisetti nel 1964 era assessore all’urbanistica con il sindaco Bonazzi: «Prima di allora nessuno pensava di prendere l’auto per andare a Roma»

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REGGIO EMILIA. Cinquant’anni fa, 4 ottobre 1964, veniva inaugurata l’autostrada del Sole. I reggiani e tutti gli italiani diventarono “padroni” di un’opera pubblica che univa il Paese. Terminata in un tempo brevissimo, proiettò l’Italia verso il progresso. A Reggio uno dei protagonisti di quella stagione fu Dino Felisetti.

Avvocato, lei è una persona che per il lavoro che svolge e per la sua attività politica ha viaggiato molto, frequentando costantemente Roma. Ma come faceva prima che venisse costruita l’autostrada? Quanto durava il viaggio da Reggio alla capitale?

«Il problema non si poneva neanche. Quando c’era da andare a Roma si prendeva il treno. O al limite l’aereo, ma nessuno pensava di andarci in macchina».

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L’avvocato Felisetti oggi ha 95 anni e, a dispetto dell’età, tutte le mattine lo si trova al tavolo del suo ufficio legale all’Isolato San Rocco. Non ha mai smesso un giorno di lavorare e la politica continua a essere la sua passione. Prima di diventare parlamentare del Partito socialista e poi membro del Consiglio superiore della magistratura, Felisetti è stato esponente di spicco del Psi anche nella sua Reggio, entrando a far parte della giunta comunale con il sindaco Campioli e poi con Cesare Bonazzi. Nel 1964, quando l’Italia entrava nel mondo moderno con l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, era proprio Felisetti ad avere la carica di assessore all’urbanistica.

Come venne vissuta a Reggio la costruzione dell’Autostrada del Sole?

«La sensazione era quella di chi sta assistendo a qualcosa di inevitabile. Le autostrade erano una questione nazionale, il governo le voleva e le doveva costruire per mettere l’Italia al passo con i tempi seguendo l’esempio di altre nazioni europee. Per questo non ci fu alcuna contestazione all’apertura dei cantieri di questa grande opera. Anche chi eventualmente poteva avere dei dubbi, evitò di uscire allo scoperto, sapendo di combattere una battaglia persa. E comunque era ben chiaro che si trattava di un’opera della quale avremmo beneficiato anche noi reggiani, come tutti gli italiani».

Costruire una striscia d’asfalto di quelle dimensioni non può non aver comportato difficoltà. Cosa ricorda di quel periodo?

«Ovviamente venne fatto un gran numero di espropri, tutti però gestiti direttamente da Roma. Il Comune veniva interpellato solo per conoscere i piani particolareggiati delle zone interessate al passaggio dell’autostrada. E’ chiaro che il prezzo di un esproprio è molto diverso se avviene su un’area agricola o su un terreno edificabile».

Possibile che nessuno abbia avuto problemi? Anche in tempi più recenti, con la costruzione dell’Alta velocità ferroviaria, gli espropri hanno incontrato più di una difficoltà.

«Infatti i problemi ci furono anche 50 anni fa, soprattutto per quello che riguardava le aziende agricole. Il tragitto dell’autostrada del Sole venne progettato tutto in una volta, da Milano a Napoli, ma poi, pezzo per pezzo, finì per adattarsi a piccole modifiche».

Il territorio ne risultò stravolto?

«Non proprio, perché si cercò di non intaccare zone abitate o stabilimenti. Le opere pubbliche esistenti non vennero toccate. Piuttosto si cercò di passare nelle aree verdi e agricole, ed è lì che si crearono delle questioni. Molti furono i proprietari che si rivolsero al Comune per chiedere assistenza, forse anche per il fatto che io sono avvocato. I problemi più grossi capitarono a quei proprietari che si ritrovarono con le aziende agricole divise in due. E’ ovvio che avere cinque biolche da una parte dell’autostrada e altre cinque dalla parte opposta non è come avere un podere da dieci biolche unite. In quel caso il privato cercava di ottenere un superprezzo dall’esproprio, perché il danno al futuro dell’azienda era evidente. Ma alla fine venne trovata una soluzione per tutti. Anzi, molti andavano a trattare singolarmente, evitando cause collettive, nella speranza di ottenere qualcosa più degli altri».

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Quindi non ci fu alcun ostacolo vero alla costruzione dell’autostrada?

«Quando a livello nazionale si capiva che ci sarebbero stati problemi seri, si modificava il tragitto spostandolo a monte dell’ostacolo. Ecco perché sull’autostrada anche in pianura si trova qualche curva».

Perché venne scelta Mancasale per l’apertura del casello? Perché Mancasale e non Sesso oppure Gavassa?

«Fu una decisione che non coinvolse il Comune, noi ci limitammo a prenderne atto e adeguammo la viabilità che già esisteva all’apertura dell’autostrada. Alcune strade che prima erano importanti diventarono secondarie, alcune viuzze si trasformarono in assi portanti».

Ma ci fu un taglio del nastro all’apertura del casello?

«Non ricordo nulla di tutto questo. In Emilia-Romagna la politica restò fuori dalla partita, al contrario per esempio di quanto accadde in Toscana dove ci fu chi impose scelte personali. Fanfani, per citarne uno, era di Arezzo e pretese che l’autostrada passasse dalla sua città tagliando fuori Siena».

Come cambiò la vita dei reggiani con l’autostrada del Sole?

«Cambiò come quella di tutti gli italiani. Una vera rivoluzione. La A1 fu la prima strada pensata per l’Italia intera, e non per singole città o per le regioni. Per questo andare a Roma in auto prima dell’autostrada del Sole era impensabile».

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