Gazzetta di Reggio

il rapporto

«La vera forza dei clan sta nei piccoli comuni»

Paolo Cagnan
«La vera forza dei clan sta nei piccoli comuni»

L’Osservatorio sulla penetrazione della criminalità al Nord: «I piccoli centri sono il vero patrimonio degli interessi mafiosi»

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REGGIO EMILIA. Leggi. Ti fermi. Rileggi. Lentamente, soppesando quelle frasi tra virgolette. Queste.

"Mentre gran parte dell'opinione pubblica è incline a pensare che il trasferimento dei clan al nord sia guidato dalle opportunità di impiego dei capitali di provenienza illecita nella Borsa e nella finanza, in realtà la diffusione del fenomeno mafioso avviene soprattutto attraverso il fittissimo reticolo dei comuni di dimensioni minori, che vanno considerati nel loro insieme come il vero patrimonio attuale dei gruppi e degli interessi mafiosi".

Pensi a Brescello, certo. Viene naturale. Questo virgolettato è contenuto nel “Primo rapporto trimestrale sulle aree settentrionali” realizzato dall'Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell'Università degli Studi di Milano. Un rapporto trimestrale - dunque, aspettiamo il prossimo - commissionato all’ateneo direttamente dall’Antimafia.

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GLI INDICI. Ad esso appartiene anche la cartina in alto: gli indici di presenza mafiosa. Concentratevi sul verde scuro: Milano, Torino, Imperia. Due aree metropolitane e una provincia già profondamente infiltrate. Poi, però, passate al verde più tenue, il “grado 2”. Eccoci, siamo qua: Bologna, Modena, Reggio Emiia. In tutto il Nord Italia, un simile livello di penetrazione lo si ritrova solo in Lombardia (situazione drammatica) e a Genova.

COMPAESANI. La relazione dell’Osservatorio insiste sui “casi alla Brescello”. Ecco un altro passaggio: “È proprio in questi piccoli comuni infatti che si costruisce quella capacità di controllo del territorio, di condizionamento delle pubbliche amministrazioni locali, di conseguimento di posizioni di monopolio nei settori basilari dell'economia, a partire dal movimento terra, che sono così importanti per i clan. Qui è possibile costruire, grazie ai movimenti migratori, estese e solide reti di lealtà fondate sul vincolo di corregionalità, o meglio di compaesanità, molto spesso rafforzate da legami di parentela di vario grado e natura. Inoltre l'inesistenza o la debole presenza di presidi delle forze dell'ordine in alcuni di questi comuni garantisce ai gruppi criminali armati una facilità di esercizio de facto di una sorta di "giurisdizione parallela"; senza contare che qualsiasi azione dei clan che sia legata alle vicende dei comuni minori è per lo più ignorato dalla grande stampa e dalle stesse istituzioni politiche nazionali. Fondamentale è poi la possibilità, nei centri minori, di facile accesso alle amministrazioni locali; infatti grazie alla disponibilità di un piccolo numero di preferenze si può controllare un intero comune specie in contesti in cui il ricorso alla preferenza è poco diffuso tra gli elettori (come al nord)”.

LA MAPPA. Guidato dal professor Fernando dalla Chiesa, l’Osservatorio è stato istituito soltanto l’anno scorso. Obiettivo: raccogliere in un unico centro scientifico le competenze e le energie formatesi nell'ambito delle molte esperienze didattiche e di ricerca condotte presso l'ateneo milanese. Il risultato è una "mappa articolata dell'aggressività del fenomeno mafioso nelle regioni e province del nord", fornendo una chiave di lettura complessiva delle dinamiche in corso.

"I comuni che si situano in aree scarsamente popolate sono più facilmente controllabili, si trovano nella situazione di isolamento prediletta dai clan anche nella madrepatria, si sottraggono ai movimenti di opinione che possono comunque formarsi in quelli che finiscono per essere oggi grandi agglomerati metropolitani. Consentono cioè avanzate più invisibili e impunite e in essi si produce più velocemente una condizione di assuefazione e di omertà ambientale”.

Sì, insomma: i paesi - altro che "periferia" - dimostrano spesso di essere il cuore della questione mafiosa.

L’EPICENTRO. Non solo Brescello, ovviamente: «La provincia di Reggio Emilia costituisce l’epicentro della ‘ndrangheta nella regione, in particolare nel capoluogo, ove l’organizzazione criminale calabrese ha creato negli anni una vera e propria enclave. La ‘ndrangheta cutrese rappresenta la principale presenza criminale sul territorio, a cui si affiancano i Dragone, i Nicoscia e gli Arena originari di Isola di Capo Rizzuto.

“Negli anni si è assistito ad un vero e proprio processo di spopolamento della cittadina del crotonese a dispetto di una crescita di cutresi trasferitisi nel reggiano. Alla presenza della ‘ndrangheta dei Grande Aracri si affiancano numerose ‘ndrine provenienti da diverse aree della Calabria e attive sul territorio provinciale: i Farao-Marincola di Cirò Marina (KR), i Martino e i Mattace originari di Cutro (KR), i Barbaro di Platì (RC), i Nirta-Strangio di San Luca (RC), i Mancuso di Vibo Valentia (VV), i Bellocco di Rosarno (RC), i Gallo di Gioia Tauro (RC), i Muto di Cetraro (CS). Reggio Emilia rappresenta una realtà davvero peculiare, dato anche che le vicissitudini della cosca Grande Aracri in Calabria vi hanno comportato violenti effetti, producendo fatti di sangue in sé estranei al tipico modus operandi della criminalità calabrese nella regione. Infine si riscontra sul territorio la presenza di clan riconducibili alla camorra: in particolare i casalesi e il clan Belforte originario di Marcianise (CE)”.

L’ALLARME. Perché preoccuparsi? Per le molte società vicine alle ndrine escluse dalla “white list” legata alla ricostruzione seguita al terremoto del 2012. Ma anche per l’assenza di beni confiscati alle organizzazioni criminali di stampo mafioso sino al 2012, dato in controtendenza rispetto all’alto grado di infiltrazione della ‘ndrangheta nella Provincia. La domanda, come dire, sorge spontanea: dove era lo Stato, sino a due anni fa?

IL CASO EMILIA. Partiti dal micro, finiamo col macro: “In Emilia Romagna le principali organizzazioni criminali operano pacificamente sul medesimo territorio, talvolta giungendo a patti federativi sui mercati maggiormente remunerativi. La ‘ndrangheta si dimostra, insieme al clan campano dei casalesi, la realtà criminale più incisiva e “raffinata” nel tipo di attività che svolge; seguono altri clan camorristici presenti nella provincia di Modena e in Romagna, più alcune presenze significative di Cosa nostra».

Infine: «La tendenza alla compartecipazione è emersa in particolare, più di recente, nelle inchieste sul gioco d’azzardo. Stando a fonti autorevoli, gli atti intimidatori di natura mafiosa nella regione sarebbero rivolti per lo più a imprenditori conterranei degli stessi esponenti criminali -calabresi o campani- mentre poco frequenti sarebbero i taglieggiamenti e le minacce esercitati nei confronti di cittadini locali. Se ne dedurrebbe una presenza mafiosa volta a privilegiare strategicamente un modus operandi incline alla mimetizzazione e ad un uso selettivo e misurato della violenza».

QUI IL RAPPORTO INTEGRALE

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