«Tanti vanno in bici ma in Italia nessuno indossa il casco»
L’ex ciclista Gabriella Pregnolato lancia il tema sicurezza: «Spero non sia una battaglia persa, potrebbe salvare vite»
CAMPAGNOLA. «Davanti a scuola ho visto tantissimi bambini in bicicletta. Una cosa bellissima, peccato che nessuno di loro avesse il casco». E’ un’esperta delle due ruote ad aver lanciato questa osservazione sul gruppo di Facebook “Sei di Campagnola se...”: è Gabriella Pregnolato, ex pluricampionessa italiana di ciclismo, che in queste ultime ore è rimasta molto colpita dai due incidenti che hanno coinvolto due giovani in bicicletta. Il primo è costato la vita all’11enne Lyam Castillo, il secondo ha mandato un 13enne in rianimazione. In questo caso, il casco ha in parte attutito l’impatto con il parabrezza dell’auto, anche se le condizioni del giovane restano gravi.
Pregnolato, quella dell’uso del casco per chi va in bicicletta è una battaglia persa?
«Spero di no, anche se qui da noi purtroppo viene considerato un optional. E pensare che si tratta di una sciocchezza, perché basterebbe poco. Non si può parlare nemmeno di problema economico: un casco costa sui 15 euro, cifra irrisoria per chiunque».
Come spiega questa ritrosia tutta italiana?
«Non c’è una legge che ne obblighi l’utilizzo e dunque non ne sentiamo la necessità. Con questo non voglio dire che io stessa segua sempre le regole del buonsenso: se da atleta e da allenatrice l’ho quasi sempre impiegato e fatto impiegare, altrettanto non posso dire di aver fatto nelle vesti di madre. Noi genitori non facciamo abbastanza per convincere i nostri figli a indossarlo».
Quanto potrebbe essere risolutivo?
«C’è chi dice che anche con il casco si muore lo stesso. E’ chiaro che non è la bacchetta magica, ma può aiutare, come le cinture di sicurezza. Non vedo perché l’Italia debba essere l’unica nazione in cui questa moda non prenda piede: in Svizzera, ad esempio, se lo mettono anche gli avvocati quando vanno in ufficio. Purtroppo noi italiani non vogliamo le imposizioni. Ma c’è un altro discorso da affrontare».
Quale?
«Oltre al fatto del casco,manca una cultura ciclistica nei nostri ragazzi, in particolare nel girare per strada. Innanzitutto, non in tutti i comuni sono state realizzate piste ciclabili adatte. Alcune sono lunghe, asfaltate e ben tenute, ma altre sono ricche di saliscendi e buche pericolose. Ii nostri ragazzi, poi, vanno in bici senza un’adeguata conoscenza del codice della strada. Chi guida auto, camion e moto consegue una patente, ma chi va in bici no, soltanto a scuola, a volte, si studia educazione stradale».
Lei si mette il casco?
«Da tanto non vado in più in bicicletta. Ma se dovessi ricominciare lo tirerei fuori subito».
Andrea Vaccari
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