«C’è il rischio di creare ghetti in città»
Per Dino Giovannini (Unimore) «gli arrivi sono inarrestabili» e «il caso della zona stazione è un errore da non ripetere»
REGGIO EMILIA. L’arrivo di immigrati dall’estero «è un fenomeno irreversibile» che va governato puntando sull’integrazione, impiegando risorse pubbliche per recuperare le «lacune presenti nella formazione e in alcune scuole reggiane», evitando passi falsi come la gestione della zona stazione, «situazione scappata di mano al comune».
Azioni necessarie all’interno dei tortuosi percorsi che mirano ad aumentare l’accoglienza degli stranieri anche per evitare le tensioni sociali, come sostiene Dino Giovannini, professore di Psicologia sociale all’università di Modena e Reggio. Uno dei massimi esperti dei fenomeni legati all’immigrazione, con alle spalle decine di studi e ricerche spesso centrate su Reggio, che nonostante le difficoltà e la crisi, «resta la capitale delle politiche sull’integrazione».
Professore, come mai si è ridotto il numero di migranti che restano a Reggio?
«Premetto che nel mio dipartimento lavoriamo per ridurre i pregiudizi e agevolare l’integrazione. Reggio, secondo uno studio fatto sulle delibere della giunta negli anni passati, ha varato fin dagli anni Novanta politiche sull’integrazione davvero all'avanguardia in Italia, senza quasi accorgersi del valore di questi atti. È prima per numero di stranieri regolari e accoglienza. È evidente che molti sono arrivati per cercare lavoro. La crisi, però, ha ridotto i posti e portato a una conversione anche dei reggiani, che ormai si contendono il lavoro di badante con le donne straniere. Non siamo più il Bengodi e gli immigrati giunti da poco si spostano appoggiandosi, ad esempio, ad altri familiari sparsi in Europa».
Molti cittadini vivono con timore l’immigrazione nonostante le politiche sul territorio. È un pericolo reale?
«L’immigrazione è un fenomeno irreversibile. Ma non per questo deve essere vissuto con rassegnazione. Anzi, bisogna governarlo anche perché è ormai una risorsa e perché, nelle relazioni fra gruppi, un alto pregiudizio aumenta la probabilità di conflitti e le difficoltà di convivenza. Per questo è necessario intervenire per ridurre comportamenti discriminatori. L’immigrato è percepito alle volte come “diverso”, un nemico da combattere, da cacciare o un problema da eliminare in extrema ratio. Servono risorse pubbliche per poter integrare le persone».
In tempi di crisi, però, sono in molti a storcere il naso quando si parla di soldi destinati all’immigrazione.
«È un’idea sbagliata, dobbiamo agevolare questi percorsi a beneficio di tutta la comunità: valorizzare le culture e favorire la conoscenza. Abbiamo studiato i rapporti tra lavoratori stranieri e italiani all’interno di Coopservice, Unipeg e Cir food rispetto alle imprese private. Nelle coop il livello di pregiudizio è molto basso. Forti preconcetti, invece, sono emersi in un campione formato da 81 imprese artigiane reggiane. A parole gli imprenditori dicono di non averne ma credono che gli stranieri debbano avere solo braccia e non testa. Un errore, perché così arriva molta manodopera poco qualificata a differenza di altri paesi come Germania e Svizzera. Un aspetto che cambia non poco il quadro delle relazioni».
Quali sono le maggiori criticità qui a Reggio?
«Ripeto, è stato fatto molto, basti pensare al patto di cittadinanza varato dall’ex assessore Franco Corradini. Mi sembra che sia stato fatto poco per quanto riguarda invece l’integrazione in classe, soprattutto alle elementari, con diverse problematiche legate alle conoscenze degli insegnanti. Hanno di fronte bimbi con problemi di lingua e altri retroterra culturali: alcune maestre hanno lacune in merito. Per questo serve più formazione. Il pregiudizio, lo abbiamo testato con alcune ricerche anche a Reggio, viene annullato attraverso l’amicizia fra coetanei. Bisogna intensificare le relazioni sia a scuola che fuori. Il problema è legato alle risorse necessarie per acquisire competenze sui rapporti interculturali. Sono anche convinto che lo ius soli, il diritto di cittadinanza ai bambini nati in Italia, sia ormai un diritto innegabile. Dobbiamo adeguarci».
Gli stranieri si sono concentrati in alcune zone della città. L'effetto sul patrimonio immobiliare è evidente. In zona stazione ci sono appartamenti in vendita a prezzi stracciati. Cosa è successo?
«Abbiamo compiuto uno studio approfondito sul caso e credo di poter dire che al comune è scappata di mano la situazione. La ditta che anni fa fece i lavori in zona era in difficoltà: i fornitori furono pagati con gli stessi appartamenti, che vennero venduti senza una ratio. Evidentemente l’assessore all’urbanistica di allora ha qualche colpa. Hanno preso casa molti immigrati, ci sono casi di prostituzione e sono spariti i negozi. Qualcosa non va. Sono pochi i reggiani rimasti lì e i figli sono andati ad abitare altrove. Gli stessi immigrati che abbiamo intervistato dicono di volersi spostare appena possibile. In zona non si trova più un panettiere reggiano, ci sono solo attività di stranieri. Bisogna ripensare gli spazi perché è alto il rischio di ghettizzazione».
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