Rapina e sequestro, ma può uscire in due anni
Il presidente della Camera penale di Reggio, Domenico Noris Bucchi: «I giudici non sono di manica larga, si attengono alla legge»
REGGIO EMILIA. Codice penale alla mano, il 27enne marocchino che l’altra notte ha minacciato, rapinato e sequestrato un ragazzo di vent’anni finendo per schiantarsi con lui su un’auto per le strade del nostro appennino, rischia ora 28 anni di carcere. A tanto arrivano, sommandole le pene edittali (cioè massime) previste dal codice penale per i reati di rapina e sequestro di persona.
In realtà, quello che corre Mahjoub El Gadaoui dopo esser finito in manette, è un rischio puramente teorico. E la buona stella di cui sembra godere il ventisettenne che già deve rispondere del tentato omicidio di un connazionale, avvenuto a Sassuolo nel 2012. Proprio per quel fatto, il marocchino era attualmente sottoposto all’obbligo di dimora.
Una pena troppo blanda, dice l’uomo della strada. Com’è possibile - incalza ancora l’uomo della strada - che possa uscire tra poco una persona che ha rincorso in auto e investito un uomo fino quasi ad ucciderlo, soltanto un paio d’anni fa, oggi possa girare indisturbato per strada, appostarsi sotto casa di un ragazzo, assalirlo puntandogli un coccio di bottiglia al collo, costringerlo a prelevare dei soldi dal bancomat, farlo salire in auto e - sempre sotto la minaccia di quell’arma - spingerlo a condurre l’auto fino a Carpineti, dove solo una fuoriuscita di strada poneva fine all’incubo del ragazzo.
La risposta, per quanto difficile da accettare, è scritta nel codice penale e nelle leggi dell’Ordinamento giudiziario. Lo spiega il presidente della Camera penale di Reggio, l’avvocato Domenico Noris Bucchi: «In linea di principio, il giudice lassista o di manica larga non esiste.
Esiste il giudice che si fa interprete dell’Ordinamento giudiziario, e se il soggetto in questione ha ottenuto, per il suo primo reato, tutti i benefici di cui leggo, passando dal carcere agli arresti domiciliari e infine al semplice obbligo di dimora, è evidente che per il giudice il reato non è lo stesso che ipotizza la pubblica accusa»
In altre parole, è il Codice che prescrive come inapplicabile la misura del carcere per pene sotto i tre anni. Eppure la percezione della gente è sempre quella: ecco, con quello che ha combinato, quello lì è già a piede libero.
«E’ una percezione sbagliata - sottolinea Bucchi - comprensibile, ma sbagliata. Tutti noi tendiamo a immedesimarci con la vittima, ma in realtà il giudice non può e non deve agire sull’onda dell’emotività, ma soltanto su quel che dice l’Ordinamento giudiziario».
Invero, se fosse tutto così semplice, adesso che il 27enne marocchino è di nuovo in carcere, il solito uomo della strada potrebbe aspettarsi una pena esemplare?
«E’ molto difficile che ciò accada - dice l’avvocato Bucchi - perché la sentenza scaturisce da un processo in cui tutte le parti giocano le loro carte. E statisticamente, nel quantificare la pena il giudice di solito parte dal minimo previsto dal codice».
Così, paradossalmente può capire che anche stavolta Mahjoub El Gadaoui se la cavi con poco. Davanti al giudice, il ventisettenne si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ma nel seguito del procedimento a suo carico, altre saranno le mosse della difesa che potrebbero abbassare sensibilmente la pena: se l’indagato collabora, se confessa e si dichiara pentito, se per ipotesi risarcisce la vittima, allora il suo avvocato, magari accedendo a un rito alternativo che già da solo prevede la riduzione di un terzo della pena, ottiene il massimo per il suo assistito.
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