«I terroristi sono scimmie ammaestrate»
Dura invettiva di Barbieri, che ieri ha chiesto un minuto di silenzio agli studenti di Reggio: «Non ho paura, dobbiamo reagire»
REGGIO EMILIA. Prima di dare il via agli esami scritti tenuti nella sede universitaria di Reggio all’ex Caserma Zucchi, ha fatto osservare ai suoi studenti un minuto di silenzio per ricordare le vittime dell’assalto al giornale satirico Charlie Hebdo. «E quando ci saranno gli orali, prima di partire con le interrogazioni, leggerò tutti i nomi dei 12 morti di Parigi» promette Nicola Barbieri, docente universitario dell’Unimore trasferitosi in città dal 1989, che usa parole di fuoco contro i terroristi, autori dell’efferata strage. «Io personalmente - ha scritto in una lettera aperta il docente, ex alpino, capo scout e noto militante del Pd reggiano - non potrò mai tollerare che scimmie ammaestrate di qualsiasi etnia, religione o credo politico vadano in giro ad ammazzare delle persone solo perché queste esercitano il sacrosanto diritto della libertà di stampa, pilastro della democrazia occidentale nella quale io credo fermamente».
Un’invettiva precisa che getta benzina sul fuoco delle polemiche, emessa da un docente di storia della pedagogia per il quale, dopo l’assalto di Parigi, qualcosa si è definitivamente rotto. «Queste scimmie e i loro mandanti -prosegue la lettera del professore - devono sapere che io non ho certamente paura di loro, e farò di tutto perché anche altri capiscano che in questi frangenti non si deve avere paura, ma si deve reagire».
Professor Barbieri cosa intende quando dice che bisogna “reagire”?
«Non parlo come docente ma come persona e dico che queste forme di terrorismo di matrice pseudo islamica, piuttosto che neonazista o antisemita, che puntano alla lotta alle etnie, devono essere contrastate. Visto che questa gente si propone di fomentare la paura in noi occidentali, io li avviso che non ho paura. Per questo mi preparo a reagire con il pensiero ma anche con l'azione. Ho fatto il servizio militare con gli alpini e in caso di necessità mi comporterò senza timori, proprio come queste persone non si aspettano».
Lei che insegna pedagogia, non crede che sia un messaggio in grado di aumentare la tensione nella società civile?
«Non voglio sembrare un guerrafondaio e non lo sono. Mettiamo però che qualcuno entri all’università, alla Caserma Zucchi di Reggio, e cominci a sparare. Io non mi nasconderò sotto un scrivania. Se ci fosse gente che sgozza giornalisti e uccide cooperatori in nome di Dio invece che di Allah, reagirei alla stessa maniera come cristiano cattolico. Questi non c'entrano nulla con me. Dobbiamo essere uniti tra cristiani, atei e musulmani: nessuno può accettare questa violenza».
Ma sta forse dicendo che bisogna andare in giro armati?
«No, assolutamente no. Dico che ormai serve maggiore coscienza e preparazione. Quando succedono fatti simili non sappiamo mai con chi prendercela. Il terrorismo, come ci hanno insegnato, è fluido. Noi, in quanto occidentali, non dobbiamo venire meno ai nostri principi. Il problema è che ci sono persone che dicono di agire nel nome dello Stato Islamico. Credo servano soluzioni più energiche. Il mio non è un atteggiamento di sfida ma non siamo noi occidentali che andiamo a fare gli imperialisti. Sono loro che ci sparano per le vignette, che sgozzano innocenti: basta quindi con la paura e la condiscendenza».
Non si rischia che l'eccesso di giustizialismo da parte occidentali mini il rapporto sociale anche nelle piccole comunità?
«Ognuno può pensare di reagire come crede in caso di bisogno, anche tirando sassi contro un terrorista, come successo in passato».
Le è capitato di avere studenti musulmani e di parlarne con loro?
«Si, ho alcuni studenti ma non c’è stata ancora l’occasione di aprire un confronto».
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