Marco Gibertini e gli affari dell’economia reggiana con il clan
Riarrestato il volto tv dopo i guai per il giro di fatture fasulle. Indagato anche Salsi
REGGIO. Un uomo-cerniera, preziosissimo per il clan, viste le sue “aderenze” nel tessuto sociale reggiano. E’ il solito “ritornello” per per il volto tv 49enne Marco Gibertini, una “musica” che avevamo già sentito “suonare” contro di lui nell’inchiesta sul vertiginoso “giro” di fatture fasulle (cioè l’operazione Octopus). Ma stavolta quel ruolo di navigato conoscitore, con fini illeciti, di faccende reggiane – che sa attraversare come bere un bicchier d’acqua politica, imprenditoria e stampa – gli costa l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e la riapertura delle porte del carcere (stavolta a Parma, mentre ai primi di luglio era uscito da quello di Reggio per l’altra inchiesta citata).
Secondo quanto emerso nel corso delle indagini della Dda, avrebbe dato una mano agli affiliati della cosca facendoli andare in tv e sui giornali per mettersi in buona luce, soprattutto dopo che erano arrivate numerose misure interdittive antimafia disposte dal prefetto di Reggio emilia e dopo il polverone che si era sollevato, nell'autunno del 2012, relativamente alla “famosa” cena tra alcuni appartenenti alla cosca e il forzista Giuseppe Pagliani (cena in cui furono poste le basi per una campagna pubblica di contrasto all'azione del prefetto). Gibertini dedicò a questo avvenimento una puntata della trasmissione («Poke balle») che da tempo conduceva a “Telereggio”, intitolandola provocatoriamente «la cena delle beffe», con lo scopo di dare la parole agli accusati in modo che si potessero difendere.
In particolare venne intervistato Gianluigi Sarcone (arrestato ora per associazione mafiosa). Non solo, Gibertini è accusato anche di aver «messo a disposizione degli affiliati i suoi rapporti politici, imprenditoriali e del mondo della stampa a tutti i livelli».
Fra le altre cose – sostengono sempre gli inquirenti – fece ottenere un articolo e un'intervista sulle pagine reggiane del “Resto del Carlino” a Nicolino Sarcone, pubblicata il 3 febbraio 2013, pochi giorni dopo la sentenza di condanna a otto anni per estorsione e associazione di stampo mafioso, intervista in cui Sarcone si difendeva dicendo che quello dei giudici era un errore.
Ma non è finita qui. Avrebbe procurato “clienti” agli affiliati alla cosca 'ndranghetista facendo loro pubblicità positiva circa la loro attività di recupero crediti: ai suoi conoscenti, Gibertini raccomandava Nicolino Sarcone come «riferimento sicuro e di grande capacità di successo». Indirizzò nelle mani della cosca anche diversi imprenditori che sono poi diventati vittime di estorsione da parte del gruppo, «consentendo così il sempre maggior radicamento dell'associazione nel territorio reggiano e la sua espansione in tutta la regione».
E su questo versante rispunta l’imprenditore Mirco Salsi – ai tempi titolare della Reggiana Gourmet – ma non solo come vittima, ma anche come indagato a piede libero. I rapporti fra i due, cioè Gibertini e Salsi, sono già stati a dir poco “radiografati” dall’inchiesta sulle fatture fasulle (condotta dal pm Valentina Salvi): l’imprenditore ci metteva un sacco di soldi, il volto tv li consegnava successivamente alle aziende utilizzatrici delle false fatturazioni, affinché le stesse provvedessero alla regolamentazione dei documenti fiscali. Uno schema perfetto chissà da quanto tempo, interrotto dal non facile lavoro investigativo della Finanza.
La figura centrale di Gibertini è sinonimo di “giro” vorticoso di quattrini. Una gestione che prevedeva i rapporti fra l’opinionista televisivo rubierese e le società “cartiere” che emettevano fatture per operazioni inesistenti. Fatture “accolte a braccia aperte” da non poche aziende attive sul mercato legale. Per coprire l’aleatorietà dalle documentazioni fiscali, la fattura veniva pagata con regolare bonifico o assegno alla società “cartiera”. A quel punto Gibertini si occupava di restituire all’imprenditore parte della cifra versata in contanti.
Quanto restava (cifre non indifferenti...) veniva equamente suddiviso fra il mediatore (cioè Gibertini) e società “cartiera”. Una maniera illecita per permettere agli imprenditori di crearsi dei fondi neri. Negli ultimi mesi, in diversi interrogatori in procura, Giberrini – affiancato dall’avvocato difensore Liborio Cataliotti – ha mostrato di essere a dir poco collaborativo. Ora il contesto è più pesante, c’è di mezzo la mafia. Sarà altrettanto collaborativo?
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