Gazzetta di Reggio

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Caselli: «Giù le mani dalle cooperative»

Enrico Lorenzo Tidona
Caselli: «Giù le mani dalle cooperative»

L’ex presidente di Legacoop (ora assessore regionale) avverte: «Prime per misure antimafia: sempre dalla parte giusta»

Editoriale: cosche e coop, il teorema dell'abbraccio mafioso - L'intercettazione choc: "Pilotavamo tutte le gare" - Operazione Aemilia: tutti gli articoli - I tentacoli del clan

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REGGIO EMILIA. Il giornalista Marco Gibertini (ora in carcere) confida all’ex titolare della Reggiana Gourmet Mirco Salsi che le coop reinvestivano i soldi generati dagli affari con gli ndranghetisti per pagare tangenti. L’autotrasportatore Michele Colacino dice che gli appalti dell’Agac erano pilotati in favore di Transcoop. Gaetano Blasco (anche lui agli arresti) parla di un grosso lavoro che sta per fare con una cooperativa. Il costruttore Augusto Bianchini, invece, «era certamente da tenere in considerazione, visti i suoi rapporti privilegiati con il potente mondo cooperativo emiliano e con alcuni funzionari delle amministrazioni locali» scrivono gli investigatori.

Cosche e coop: il teorema dell'abbraccio mafioso

Questo, in estrema sintesi, il presunto quadro dei rapporti tra gli arrestati e gli indagati dell’operazione Aemilia e il mondo della cooperazione. «Non commento le frasi pronunciate da criminali o da persone sotto indagine per mafia: non sono attendibili. Ma posso assicurare che la cooperazione reggiana ha messo in atto da anni misure e controlli antimafia ben oltre il livello medio presente in Italia. Della nostra trasparenza potete starne sicuri».

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Parola di Simona Caselli, diventata da poche settimane assessore regionale all’Agricoltura, ma fino a inizio 2015 presidente della Legacoop di Reggio Emilia, figura di raccordo al vertice poi della più ampia Alleanza delle cooperative creata con Confcooperative e Agci. Un conglomerato, quest’ultimo, composto da 509 cooperative, con un fatturato aggregato 2013 di oltre 8 miliardi di euro attive tra edilizia, servizi, industria, agroalimentare e molto altro.

Proprio quell’universo imprenditoriale cooperativo storicamente radicato in Emilia e diventato il crocevia dei grandi affari, è finito nelle intercettazioni dell’operazione Aemilia, tirato in ballo da personaggi ora indagati che parlano di un presunto sodalizio tra le cosche e le coop, di appalti pilotati, giri di fatture e tangenti. Un teorema irreale, secondo Caselli, pronta a sfidare alla prova dei fatti ogni insinuazione. «Il nostro è indubbiamente un sistema molto articolato - spiega l’ex presidente delle coop rosse - ma ricordo che abbiamo al nostro interno una commissione per la legalità che ha lavorato in profondità in questi anni, facendo controlli su controlli per poter evitare passi falsi. Siamo anche quelli che hanno stipulato un accordo a livello nazionale con il ministero per chiedere alla prefettura di poter avere anche informazioni sui privati, per poter essere sicuri dei partner utilizzati nei lavori».

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L’inchiesta che ha portato alla maxi retata di mercoledì scorso, è centrata sul settore dell’edilizia, una delle attività principali delle coop della Lega, che non compaiono però nell’ordinanza che ha portato agli arresti. «L’unica nostra coop che viene nominata è la Transcoop, che si occupa di trasporti - precisa Caselli - A fare il suo nome è Colacino, personaggio che dopo un’interdittiva antimafia è stato espulso dall’azienda. Ricordo che si tratta di un imprenditore che ha detto che le coop, l’ex prefetto De Miro e la Camera di Commercio erano i veri nemici. Quando ci ha nominati mi sono sentita quasi onorata. Noi eravamo dalla parte giusta. Il settore dei trasporti è certamente difficile ma da anni Transcoop ha fatto pulizia al suo interno. L’attuale direttore, Livio Pallicelli, è uno bravo: ha denunciato più volte la mancanza di risposte alle nostre richieste per controlli antimafia su ditte e fornitori. A Reggio la prefettura è solerte, nelle altre città collaborano molto meno».

Difficile, affermano i cooperatori, capire nel dettaglio la reale onesta degli imprenditori che bussano alla porta o che tentano di entrare nella filiera dei sub appalti. «Molta gente, come è spiegato nell’inchiesta, usa prestanomi o aziende apparentemente sane» dice Caselli. Le organizzazioni mafiose si sono ormai trasformate in vere e proprie «holding del malaffare». Questa «mafia imprenditrice» camuffa la propria presenza e l'agire tipicamente criminogeno dietro il paravento di società ed aziende apparentemente legali. «Posso assicurare che non ci siamo fatti certo finanziare dalle cosche, né abbiamo dato appalti a queste persone. Per primi abbiamo chiesto al prefetto De Miro di poter avere il suo aiuto per ottenere informazioni dettagliate sulle aziende e i privati con i quali lavoriamo».

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