Tav di Firenze, la cricca degli appalti favorì Coopsette
Indagato per frode Furio Saraceno, ex dirigente messo dalla coop a capo del cantiere da 770 milioni di euro tramite il consorzio Nodavia
REGGIO EMILIA. Ercole Incalza è stato definito in passato uno dei sei uomini più importanti del Paese. Sulla sua scrivania sono passati i documenti relativi ad appalti per miliardi di euro. Fatto normale per uno dei massimi dirigenti del ministero dei Trasporti, vero e proprio crocevia degli affari legati alle cosiddette “grandi opere” che hanno permesso di aprire cantiere in tutta Italia.
Nel 2007 l’interesse del super dirigente si è soffermato però sul progetto di costruzione del nodo dell’alta velocità ferroviaria di Firenze, affidato a Nodavia, consorzio all’epoca presieduto da Furio Saraceno, nominato dalla Coopsette di Castelnovo Sotto (che non risulta indagata) e che aveva il 70% della società di scopo. Saraceno, per la seconda volta in tre anni, spunta in un’inchiesta. In questo caso è accusato del reato di frode insieme al resto della cricca degli appalti compresa nell’inchiesta “Sistema” in mano alla procura di Firenze.
A legare insieme Incalza e la Nodavia della Coopsette c’è Stefano Perotti, l’ingegnere finito ieri agli arresti - insieme al dirigente pubblico - al quale era stata affidata la direzione dei lavori per la realizzazione dell’alta velocità di Firenze e del sottoattraversamento della città. Un’opera di primo piano, prezzo pattuito inizialmente intorno ai 770 milioni di euro: un diamante nella corona degli appalti vinti negli ultimi anni da Coopsette.
L’INTRECCIO. Incalza, in quanto capo della struttura tecnica di missione del ministero dei Trasporti, aveva già avviato da tempo un rapporto finalizzato alla corruzione con Perotti, secondo quanto sostenuto dalla procura di Firenze. Il dirigente offriva dei lavori all’ingegnere, a capo della direzione dei lavori di molti appalti.
E sempre Incalza doveva garantire i finanziamenti per le opere della tav. Aveva inoltre assicurato un trattamento di favore a Nodavia, venendo meno a quello che i magistrati hanno definito i suoi «doveri di trasparenza e imparzialità», permettendo inoltre l’aumento dei costi dell’appalto a vantaggio sempre di Nodavia. Questa affidò alla Dilan Fi (società riferibile a Perotti) l’incarico per la direzione dei lavori con un compenso di 21,7 milioni di euro. Lo stesso Perotti, poi, avrebbe assicurato in cambio un netto vantaggio economico a Nodavia. Il sistema si basava sull’omissione dei controlli e l’applicazione di nuovi prezzi a fronte di lavorazioni in realtà già comprese nel contratto. Un modo, in pratica, di fare la cresta su cantiere già lautamente pagati dello Stato.
LA GENESI. L’inchiesta venuta a galla ieri parte da una costola delle indagini già avviate due anni fa sempre dalla procura di Firenze sulla tav locale, che porto alla formulazione di accuse a vario titolo (associazione a delinquere, truffa, corruzione e gestione abusiva dei rifiuti) nei confronti di 31 persone.
Tra queste ci sono nove dipendenti di Coopsette: Saraceno, il tecnico Domenico Clarizia, il dipendente Claudio Lanzafame, il guastallese Maurizio Brioni, Paolo Bolondi (Reggio) Riccardo Guagliata (Castelnovo Sotto) Marco Bonistalli (Roma), Matteo Forlani (Prato) e Alfio Lombardi (Mantova). Ora, però, l’attenzione dei pm è rivolta soprattutto a un giro di tangenti. Per quanto riguarda Nodavia, hanno riferito i magistrati, mancherebbero all’appello circa 20 milioni di euro. La Dilan Fidi di Perotti avrebbe ricevuto infatti “solo” 20 milioni di compenso, offrendo oltretutto «prestazioni scadenti e inadeguate».
Saraceno sarebbe stato a conoscenza delle zone grigie, senza però porre rimedio alla situazione. Il compenso previsto nel contratto con Rfi parlava invece di oltre 40 milioni di euro. La somma non corrisposta sarebbe stata «utilizzata probabilmente per pagare prestazioni o servizi non dovuti o illeciti e che non potevano comunque essere riconosciuti nel contratto come voci di costo autonome».
IL PRECEDENTE. Nel 2013 Coopsette - impegnata nella ristrutturazione del debito aziendale - disse che i 770 milioni di euro non erano più un compenso sufficiente a coprire i costi improvvisamente venuti a galla a causa di ritardi sul cantiere di Firenze. Fu preteso quindi «il diritto contrattuale al risarcimento dei maggiori oneri sostenuti e da sostenere». Il costo sarebbe lievitato di ben 288 milioni di euro.
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