Il pallino nelle mani di Renzi
“Operazione Renzi”. Se dovessimo trovare un sottotitolo alla battaglia che si è riaccesa intorno all’Italicum, questo potrebbe essere uno di quelli maggiormente utili per descrivere il contesto che si sta configurando. Vale a dire, l’assalto finale (e all’ultima spiaggia) al premier-segretario del Pd che, quando avrà incassato la legge elettorale (come ormai praticamente sicuro), non “farà davvero più prigionieri”.
Le opposizioni esterne (da Forza Italia al Movimento Cinque stelle, da Sel alla Lega Nord, fino a Fratelli d’Italia), e quelle interne al Pd, si sono saldate in una “scelta aventiniana” e hanno abbandonato la commissione Affari costituzionali, dove la maggioranza renziana aveva proceduto a una sostituzione (epurazione?) di massa dei dissidenti (nove su dieci).
Il progetto di riforma elettorale è stato così approvato senza colpo ferire, e passa all'esame dell’aula, dove si aprono le danze. O fors’anche no, perché non è affatto scontato il comportamento unitario delle minoranze dem riguardo l’approvazione dell’Italicum, per il quale Renzi chiederà la fiducia e, contestualmente, i berlusconiani domanderanno il voto segreto.
Il premier, come ha confermato la totalità delle sue mosse sino a qui, è un pokerista che ama giocarsi tutto e, conseguentemente, un sostenitore del modello winner-takes-all, oltre che un seguace dell'idea secondo cui ciò che conta è il risultato (nella fattispecie, l'entrata in vigore di una nuova “infrastruttura elettorale” che gli consegna amplissime potestà anche nella designazione delle candidature).
Si tratta però di un conflitto – e questo rappresenta, già a un primo sguardo, un errore quasi esiziale per chi lo vuole contrastare – riguardo al quale appare poco agevole, dal punto di vista dell'immaginario e del target, convincere la maggioranza dell'opinione pubblica (e, forse, perfino di quella di sinistra) del fatto che ci troviamo in presenza di un “attentato alla democrazia”. Perché, appunto, i simboli delle battaglie vanno scelti con cura, e magari con più di un pizzico di quel populismo (che identifica un campo totalmente legittimo, giusto per fare un esempio, della retorica del partito democratico e del progressismo statunitense) di cui Renzi si rivela un conclamato (nonché praticamente autodichiarato) campione.
Mentre le sinistre pd, nell'opporsi all'Italicum, hanno fin qui oscillato tra la tattica e l'inazione amletica, non mancando per di più di dividersi a ogni piè sospinto, col risultato di avere proiettato l'immagine di un'opposizione testimoniale (nella migliore delle ipotesi), quando non “strumentale” e maldestra. Ora, in “zona Cesarini”, i nodi sono giunti al pettine e il gioco si fa (o quanto meno si preannuncia) duro, perché vari settori dell'assai “plurale” opposizione interna al Pd sembrano essere arrivati alla (molto, troppo, tardiva) acquisizione di consapevolezza del fatto che la posta in palio coincide con la loro irrilevanza di fatto. Lo ribadisce pure la caduta del galateo nella dialettica del conflitto, di cui l'impiego di un'espressione come «cagnara» da parte del vicesegretario (e pretoriano renziano) Lorenzo Guerini non è che il capitolo più recente.
E il presidente del Consiglio lo sa, dal momento che si tratta delle innegabili implicazioni dell'impostazione, voluta e deliberatamente ricercata, dello scontro nei termini di un referendum-plebiscito sulla sua figura. E la personalizzazione integrale del conflitto costituisce un gioco a somma zero, in cui Renzi vince o perde tutto (cosa che potrebbe avere ripercussioni significative sul sistema politico italiano così incompiuto e instabile). Ma, al momento, ci sembra che il pallino sia ancora saldamente nelle sue mani, e che i rischi che sta correndo risultino sostanzialmente calcolati e tali da portare comunque a una serie di esiti per lui particolarmente favorevoli.
A partire da quello, da tempo intuito da Ilvo Diamanti con la formula del “PdR”, del completamento della metamorfosi (e “mutazione genetica”) del Pd nella direzione di un partito ancorché non veramente personale (nell'accezione della categoria di Mauro Calise), tuttavia, di certo, a spiccata vocazione carismatico-leaderistica. Nel quale, giustappunto, non c'è più alcuno spazio per la sinistra di ascendenza postcomunista...
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