Gazzetta di Reggio

crisi e occupazione

Donne e lavoro, il percorso è in salita

di Jacopo Della Porta
Donne e lavoro, il percorso è in salita

La realtà di Reggio, anche se migliore rispetto alle media nazionale, non fa eccezione. La forbice aumenta ancora

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REGGIO EMILIA. Se il lavoro è per tutti un percorso ad ostacoli, per le donne le difficoltà sono storicamente ancora maggiori. Le lavoratrici si sobbarcano la parte più consistente dei carichi familiari di cura e pertanto, in assenza di una rete adeguata di servizi di sostegno e di una corretta redistribuzione dei compiti domestici, hanno un tasso d’occupazione inferiore. Quando invece cercano un lavoro fuori casa devono fare i conti con una disoccupazione superiore rispetto a quella maschile.

I NUMERI. La realtà di Reggio, seppure migliore rispetto alla media nazionale, non fa eccezione. Nel 2008, anno nel quale la crisi ha fatto irruzione sulla scena mondiale, l’occupazione femminile nella nostra provincia (cioè il rapporto tra occupati e popolazione attiva), era del 60,4%, contro un dato del 78,2% per gli uomini. Nel 2014, dopo sette anni drammatici, che hanno inciso pesantemente nel tessuto economico locale, l’occupazione femminile è scesa al 58,2%, mentre quella maschile è diminuita al 73,4%.

Il tasso di disoccupazione femminile a Reggio è passato dal 3,5% del 2008 al 6,9% del 2014, mentre quello maschile è salito dall’1,5% del 2008 al 6,4% dell’anno scorso.

Dai dati forniti recentemente dalla Cgil emerge che le donne reggiane iscritte a fine dicembre 2014 ai Centri per l’impiego sono 18.825 su 33.903 disoccupati (pari al 55,4% del totale), mentre erano 16.976, su un totale di 30.101 (56%), l’anno precedente.

LA CONCILIAZIONE. Ieri a Bologna nella commissione regionale Parità e diritti delle persone, presieduta dalla reggiana Roberta Mori, si è tenuta una seduta tematica sui temi del lavoro femminile, in vista del primo maggio. «A Reggio e in Emilia-Romagna la situazione è migliore rispetto al resto d’Italia - dice la presidente - ma è chiaro che esiste un problema generale di mancanza di servizi atti ad aiutare le donne a conciliare i tempi del lavoro e della cura della famiglia. A questo si aggiunge anche uno stereotipo culturale secondo il quale le donne devono stare a casa a badare ai figli, come dimostra il fatto che sono sotto-rappresentate in politica, nei consigli d’amministrazione e nei luoghi di lavoro in generale».

LE REAZIONI. Un elemento che emerge dai dati sopracitati è che il lavoro delle donne ha reagito in modo diverso rispetto a quello degli uomini in questi anni di crisi. Sia l’occupazione maschile che femminile ha subito una contrazione, ma il peggioramento è stato più consistente, in termini percentuali, per gli uomini. Basti pensare al dato sulla disoccupazione reggiana, con quella maschile più che quadruplicata dal 2008 al 2014, mentre quella femminile non è nemmeno raddoppiata. «In tutte le crisi, dal dopoguerra in poi - ha detto ieri la dirigente regionale Paola Cicognani - l’occupazione delle donne è stata più “vischiosa” di quella maschile. La maggiore resistenza alla crisi si spiega con la minore esposizione congiunturale di molti dei lavori che fanno le donne, dal comparto del cibo, alla sanità, alla scuola. La composizione settoriale dell’occupazione femminile, concentrata nei servizi, impedisce infatti perdite vistose durante le congiunture sfavorevoli (che colpiscono edilizia e manifatturiero per primi, ndr)». L’altra faccia della medaglia, però, è che quando le cose iniziano ad andare meglio questa caratteristica si trasforma in una zavorra. «Infatti se guardiamo i dati regionali del 2013 e del 2014 emerge che l’occupazione maschile ha guadagnato 15 mila unità mentre le donne ne hanno perso 7 mila. Ci sono segni di ripresa sul fronte maschile accompagnati in questo caso da difficoltà invece su quello femminile». Pertanto, a dimostrare la veridicità della tesi, la forbice tra l’occupazione maschile e femminile nell’ultimo anno è aumentata a sfavore delle donne.

I SALARI. Un’altra questione scottante è quella della disparità dei salari, di cui ha parlato sempre ieri in commissione l’assessore regionale al Lavoro Patrizio Bianchi. «In Emilia-Romagna - ha sottolineato - una donna guadagna rispetto a un uomo oltre 4.000 euro all’anno in meno tra i lavoratori dipendenti (20.211 euro lo stipendio standard per gli uomini contro i 15.978 delle donne) e una cifra ancora maggiore tra gli autonomi». Un problema rilevante, che tra l’altro condividiamo con altri Paesi industrializzati e di cui ieri ha parlato anche Papa Francesco.

IL DEGRADO. La presidente Roberta Mori nel suo intervento in commissione ha aggiunto che «nel quadro dei diversi effetti che la crisi ha avuto sul mondo del lavoro e in particolare sulle donne, colpisce soprattutto il degrado della qualità del lavoro di fronte all’emergenza economica, che spesso spinge ad accettare qualsiasi offerta». Per fare fronte a questi problemi, contingenti e strutturali, la presidente ha detto che «non basta una soluzione unica, ma servono strumenti trasversali, come quelli che promuove la legge quadro regionale per la parità di genere del 2014».

Il governatore Stefano Bonaccini ha annunciato entro la fine di maggio un patto per il lavoro con i sindacati e la consigliera Mori auspica che in quella sede possano essere destinate risorse «per incentivare il credito ad hoc a imprese di donne, per mettere in campo percorsi di formazione specifici e per altre iniziative già individuate dalla legge quadro».

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