«Vi racconto cosa significa vivere dentro le ex Reggiane»
La testimonianza di un 46enne: «Ci sono rimasto cinque mesi, credetemi: qui non ci sono solo criminali»
REGGIO EMILIA. «Qua non ci vivono solo criminali, come sento dire spesso, ma soprattutto persone in difficoltà che non hanno un altro posto dove dormire, come è capitato a me». Cristiano è un italiano di 46 anni che per cinque mesi ha trovato rifugio all’interno delle ex Reggiane. E’ ben vestito, curato, e si esprime con proprietà di linguaggio. Lo abbiamo incontrato ieri mattina, mentre dava una mano alle associazioni che hanno svolto un intervento di pulizia nell’area antistante le palazzine direzionali di via Agosti, e ci ha raccontato cosa significa vivere alle ex Reggiane.
Cristiano, come è finito a dormire qua?
«Ho perso il lavoro. Sono stato sfrattato. Mi sono separato. Una serie di disastri, causati anche dai miei errori».
Quando sono iniziati i problemi?
«Ho lavorato 9 anni in un’azienda nella Bassa. Poi ho avuto un problema, che non voglio rievocare... Dopo qualche anno di disoccupazione ho trovato un lavoro precario in una cooperativa di facchinaggio, pagato una miseria e trattato da schiavo. Dopo un po’ di contratti a termine mi hanno lasciato a casa. Alla fine del 2013 sono stato sfrattato».
Cosa ha fatto a quel punto?
«Sono venuto a Reggio perché sapevo che c’era qualcuno, come la Caritas, che poteva aiutarmi. In stazione, che è il centro di ritrovo delle persone in difficoltà, mi hanno dato le informazioni sulle persone alle quali potevo rivolgermi. Così ho iniziato il percorso che tanti sono obbligati a fare».
Quali sono le tappe?
«Nel dicembre 2013 ho usufruito del servizio d’accoglienza invernale, e meno male che c’è. Poi sono stato nella casa albergo pagata dalla Caritas, poi nel dormitorio che si trova qui vicino e infine mi hanno spostato in un appartamento a Cavriago. Il 31 marzo 2014 il programma che stavo seguendo è finito e sono arrivato qua».
Come si vive dentro questi capannoni?
«Le condizioni sono terribili. Ci sono parecchie persone. Tanti sono immigrati che a differenza mia non hanno trovato nessuno che li ascoltasse. Sono persone che cercano di condurre una vita quasi normale. Dove ho trovato rifugio io c’erano quattro ragazzi, che si erano sistemati in un ufficio, per stare più al caldo. Si accendevano il fuoco, e l’ho fatto anche io per scaldarmi quando c’era freddo, si facevano da mangiare, si lavavano i vestiti.Erano anche andati in giro a cercare una sedia, qualche mobile, per avere una specie di stanza. Loro mi hanno insegnato delle cose utili».
Cose di che tipo?
«Ad esempio raccogliere l’acqua piovana con un secchio da alcuni invasi che ci sono in quest’area. Acqua che poi si può usare per lavare le stoviglie e che d’inverno viene riscaldata per lavarsi».
Lei per bere e lavarsi come faceva?
«Per l’acqua da bere andavo in una fontana di via Adua. Alla mattina invece andavo in ospedale, senza dare nell’occhio, e mi lavavo con l’acqua calda in un bagno».
E per mangiare?
«Andavo alla Caritas, ma mi hanno aiutato anche alcuni rom che vivono vicino alla stazione. Mi hanno visto girare da quelle parti e mi hanno chiesto se volevo mangiare con loro. D’inverno mi hanno dato dei pasti caldi... Facevano persino la carne con le patate».
Ha avuto paura qualche volta?
«Sinceramente sì. Certe notti, nel silenzio, arrivavano qua alle Reggiane delle persone ubriache che urlavano».
Lei è riuscito a risollevarsi e oggi è qua a dare una mano...
«In stazione ho incontrato alcune persone che mi hanno parlato del centro d’ascolto dell’associazione Partecipazione. Ci sono andato per avere qualche vestito e li ho conosciuti. Ho detto loro che se un giorno fossi uscito da quella situazione mi sarei unire a loro. E così è stato (mentre dice queste parole Cristiano per la prima volta si commuove, ndr). Ora grazie al progetto Amal vivo in un appartamento. Ho una vita dignitosa. faccio dei lavoretti. Ho toccato la fragilità con mano e non sono indifferente alla sofferenza di chi vive qua dentro».
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