Unioni civili, don Artoni: «Sulla Cirinnà Bagnasco doveva tacere»
Il fondatore della Papa Giovanni: «La Chiesa non deve essere una succursale dello Stato come vorrebbe Ruini»
REGGIO EMILIA. «Avrei due cose da dire sul cardinale Bagnasco...». Don Ercole Artoni, fondatore della comunità Papa Giovanni, simbolo della lotta contro le droghe e portavoce puro del messaggio del Vangelo, non ha nessuna intenzione di togliersi di dosso quella definizione di “prete scomodo” che lo accompagna dai primi anni Settanta. Quando il vaso è colmo, don Ercole non può tacere. E allora, se l’occasione “pubblica” manca, prende il telefono e con ferma pacatezza esprime il suo pensiero. Sempre provocatorio ma mai per caso.
Allora, don Ercole, che cos’ha combinato il cardinale Bagnasco?
«Quella di Bagnasco, che come presidente della Cei è intervenuto nel dibattito sulle unioni civili chiedendo la votazione a scrutinio segreto sul decreto Cirillà, è un’interferenza della Chiesa nell’autonomia dello Stato inaccettabile. E che va in senso contrario rispetto al concetto di Chiesa che vuole Papa Francesco: una Chiesa che diffonda il Vangelo, che stia in mezzo alla gente, che ascolti, che aiuti chi ha bisogno, che difenda i cristiani perseguitati».
Insomma, si ritorna allo scontro tra potere spirituale e temporale che ci riporta indietro di oltre un secolo e mezzo...
«Il punto è che la Costituzione deve essere rispettata e l’ha sottolineato anche il segretario della Cei, Galantino, che dopo le parole di Bagnasco ha replicato dicendo “per il rispetto del Parlamento e delle istituzioni preferisco non parlare”. In fondo “libera Chiesa in libero Stato” dovrà ben significare ancora oggi qualcosa. Anzi, oggi ancora di più, perché se non rispettiamo questo principio fondamentale, il rischio è davvero di tornare al passato e cancellare quello che di buono hanno fatto prima Papa Wojtyla e oggi Papa Francesco».
Che cosa teme del ritorno al passato?
«E’ un attimo tornare ai tempi del cardinale Ruini & company quando la Chiesa era diventata una succursale dello Stato. Io, e con me penso tanti cattolici, sono convinto che libertà di coscienza per la Chiesa debba significare prima di tutto “non intervenire”. Perché nel momento in cui la Chiesa interviene fa politica. Così come sta facendo Bagnasco e chi la pensa come lui. Ma la Chiesa non deve fare politica, i suoi compiti sono ben altri. Papa Francesco lo spiega bene quando dice che è meglio una Chiesa che si sporca stando in mezzo alla gente rispetto a una Chiesa ammuffita. La Chiesa deve essere accogliente, nè giudicante nè condannante».
Quindi, tornando al ddl Cirinnà, che ne pensa dei temi più scottanti del decreto come la stepchild adoption?
«Non entro nel merito. Posso condividere o no, ma non devo interferire con le decisioni dello Stato. Ognuno è chiamato a decidere interrogando la propria coscienza e solo quella».
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