Accoglienza diffusa, i migranti reggiani: «Ospiti del sindaco? Volentieri, quando?»
I richiedenti asilo accolgono con entusiasmo la mozione sull’accoglienza diffusa. Per molti sarebbe un’occasione per «dimostrare che non siamo dei mostri»
REGGIO EMILIA. È passato quasi un mese da quando il consiglio comunale di Reggio Emilia ha approvato la mozione sulla cosiddetta “accoglienza diffusa”, ovvero la possibilità per i reggiani di accogliere i cittadini stranieri in attesa di ricevere o meno lo status di profughi, a fronte di un rimborso spese per vitto e alloggio di 350 euro mensili. E il dibattito è ancora acceso, fra chi si dice favorevole ma non può accogliere, chi vorrebbe solo una certa categoria di migranti e chi in casa propria piuttosto che avere dei profughi darebbe fuoco ai letti.
Così, mentre l’assessore alla Città internazionale Serena Foracchia ha già detto che non potrà parteciparvi per «mancanza di spazio» e Donatella Prampolini, vicepresidente di Confcommercio-Imprese per l’Italia, si è detta «disponibile a ospitare bambini orfani che scappano dalle guerre», siamo andati a chiedere ai diretti interessati che cosa ne pensino. E ne sono entusiasti, soprattutto di andare a casa dei politici.
È l’ora di pranzo e diverse decine di migranti stanno mangiando nella mensa di via Eritrea. Fa freddo e si coprono con sciarpe e cappelli mentre li intervistiamo per informarli della mozione approvata il mese scorso durante il consiglio comunale.
I ragazzi sono tutti giovani o giovanissimi, sono in Italia da pochi mesi o poche settimane e dicono a stento qualche parola di italiano.
Con molti dobbiamo usare l’inglese, con altri qualche parola di francese. «Si tratta di un’idea che mi piace molto – commenta entusiasta Shakira, l’unica del suo gruppo di amiche che vince la timidezza e si ferma con noi – anche se sono qui da poco sarebbe molto bello vivere con delle famiglie italiane».
La proposta del Comune, che prima di essere applicabile dovrà aspettare il parere di una commissione consiliare che rediga il bando, entusiasma così tanto i ragazzi che rimangono delusi quando spieghiamo loro che dovranno aspettare ancora qualche tempo. Buba Bah è nato nel 1997 in Gambia e ha deciso di partire dal suo Paese per fuggire dalla povertà. Oggi come molti suoi coetanei dorme in un albergo in attesa di sapere cosa ne sarà della sua vita.
«Davvero avremo questa possibilità? Sarebbe decisamente meglio che stare in hotel – ci racconta in un ottimo inglese – Mi darebbe la possibilità di imparare la vostra lingua. Posso vivere con qualunque italiano, non ho problemi di alloggio o di religione, mi basta un letto e sto a posto. Ma socializzare è fondamentale e voglio conoscere la città e l’Italia, voglio leggere dei libri per imparare e vorrei lavorare».
Buba nel suo Paese faceva l’elettricista e si occupava di sistemare gli impianti: «Mi piacerebbe continuare a fare quel lavoro, qui esistono scuole per imparare meglio il mestiere?».
Alcuni poi sono particolarmente affascinati dall’idea di andare a vivere nella casa dei politici. Da loro, spiegano, non potrebbe mai succedere.
«A casa del sindaco? – commenta sorridendo un ragazzo poco più che adolescente – Non è uno scherzo? Beh sì, certo che ci andrei se mi ospitasse ma non rifiuterei nemmeno la casa di un reggiano qualsiasi».
Lui è scappato dal centrafrica per ragioni di guerra e, ci spiega un po’ in francese un po’ in italiano: preferisce non farsi riconoscere per paura di ripercussioni. Un velo di terrore gli adombra lo sguardo non appena ricorda le sue origini.
«Molti vogliono ripartire dall’Italia ma io vorrei restare, per questo non vedo l’ora di integrarmi. E vivere con persone di qui mi sembra un ottimo modo. Devo aspettare il bando? – dice – E che cos’è? Ah capisco. Beh speriamo che facciano presto, in albergo stiamo bene ma questa possibilità ci darebbe l’opportunità di far capire a tutti che non siamo dei mostri».
Stando a quanto dicono gli operatori che stanno a stretto contatto con la gestione dei richiedenti asilo sarebbero già molti i reggiani interessati a prendere parte al progetto.
L’ultimo che incontriamo è Antony Kwasi Oppong. Ha 25 anni ed è arrivato a Reggio Emilia nell’agosto scorso. E gli si illuminano gli occhi quando ci sente raccontare la mozione ai suoi amici. Ci ferma, ci chiede conferme, si fa tradurre per comprendere meglio: «Non vedo l’ora di essere “adottato”, io sono un calciatore ma sono disposto a fare il contadino».
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