La natura italiana dello spensierato ribaltone
L'editoriale del direttore Stefano Scansani sul premier incaricato e sul nuovo governo M5s-Lega
Noi, osservati dai tedeschi “Woche”, il settimanale della Frankfurter Allgemeine ha dedicato questa copertina
alla questione politica italiana
REGGIO EMILIA. “A ogni morte di Papa”. È il titolo del libro che il sagace e ammanicato Giulio Andreotti ventotto anni fa aveva dedicato al travaglio di parto politico che si replica ogni volta finisce un pontificato e ne inizia un altro. L’opera quasi autobiografica andreottiana ricorda un bel saggio di Jacques Heers del 1986: “La vita quotidiana nella Roma pontificia ai tempi dei Borgia e dei Medici”. Entrambi i lavori spiegano come il potere temporale così supremo e assoluto, una volta estinto il Papa, si dissolva in un giorno: la corte va a pezzi, il “partito” (si chiamava così) va in crisi.
L’ossequio s’annienta, il popolo ondeggia. Gli anglosassoni con lo spoil system hanno inventato niente. Perché il ribaltone è di natura italiana. Gli atteggiamenti e i riti della politica indigena contemporanea non smettono di attingere a un passato e al presente paralleli di Roma: pontificia, monarchica unitaria, repubblicana, con i suoi tempi, la gommalacca, le dorature, i pesi e i contrappesi.
E – rispettata la procedura prevista dalla Costituzione – gli atteggiamenti e i riti replicano una storia antiquariale. Basta ripercorrere il culto delle consultazioni, il senso delle formule degli incarichi (esplorativi, pieni, con riserva...), la prassi delle dirette televisive fisse sulla “porta santa” dello studio alla Vetrata del Quirinale, per comprendere il ricalco della storia. Anzi no, del suo superamento: la scelta del primo ministro e la formazione del governo nei tempi superano l’estensione di un conclave. Il Movimento 5 Stelle e la Lega non avrebbero mai immaginato di incocciare in tali liturgie di sostanza e forma.
E piegarvisi. Eppure le due forze politiche, ora in infusione, prima del 4 marzo scorso sono state le più scalmanate, ipertensive, demolitrici del sistema, quelle che promettevano che in due e due quattro avrebbero formato l’esecutivo, preso Palazzo Chigi, aggredito i problemi, mandati gli altri tutti a casa.
Orbene, il Movimento 5 Stelle e la Lega sono adesso costretti ad un loro infilamento negli abiti scuri, nei percorsi delle leggi, delle norme, nelle buone maniere e nelle pacatezze, degli accordi, nei protocolli, nelle cravatte e nelle precedenze. E guai se fiatano, perché tutto è scandito dalla Costituzione da loro difesa il 4 dicembre 2016 per il referendum che decretò la caduta rovinosa/colposa di Renzi.
L’adeguamento improvviso e la successiva insofferenza dei grillini e dei salviniani alle “maniere” non sono rappresentati da fatti esteriori. Ad esempio il presidente della Camera Fico che non pensa di abbottonare la giacca o di togliere le mani di tasca durante l’esecuzione dell’inno di Mameli.
Ad esempio Salvini che non smette di sollecitare il Quirinale insistendo su Savona ministro o minacciando il ritorno alle urne. Ad esempio Conte che, entrato nello studio di Mattarella con un discorso, ne è uscito con un altro. Ad esempio ancora Conte, che mercoledì pomeriggio concluso il discorso, fatto segno del bombardamento delle domande dei giornalisti è stato gentilmente “liberato” dal rischio. Giovanni Grasso, consigliere per la stampa e la comunicazione di Mattarella e direttore dell'ufficio stampa del Quirinale lo ha guidato all’uscita.
Grillini e salviniani non hanno l’abitudine o l’attitudine al governo. Col tempo le affineranno. Probabilmente.
Quello che piuttosto grillini e salviniani geneticamente non hanno è l’esatta percezione dell’impianto vigente. Quest’ultimo e loro non sono compatibili. Gli obiettivi programmatici gialloverdi paiono inadattabili alla rete legislativa, procedurale e tecnica, nazionale e internazionale. La riprova di questa inconciliabilità sta almeno in due risultati paradossali.
Il primo: Di Maio, Salvini e il loro elettorato che accusavano i governi precedenti di non essere stati eletti dal popolo, scoprono che deve essere costituzionalmente proprio e solo così. Anzi, peggio, perché il premier incaricato è una new entry sconosciuta alla totopolitica tradizionale e a quella del popolo online, orizzontale e democraticamente consultato e auscultato (da chi?). Il secondo risultato tandem: Di Maio “premier per la piattaforma Rousseau” e Salvini “tornerò da premier” non saranno premier.
Populismo per populismo, l’unica modalità per concretare totalmente e alla svelta le promesse grilline e leghiste sarebbe quella di cambiare prassi e riti. E il sistema: da parlamentare a presidenziale, evitando così il controllo/arbitrato del Quirinale; eliminare il Senato per i tempi infiniti del bicameralismo e perché a Palazzo Madama la maggioranza è sempre a rischio... Temi già intravisti e tramontati con Berlusconi e poi con Renzi. Tramontanti come il vaffa e il ruspa. Anche stavolta lo spensierato ribaltone sarà tutto italiano.
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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