Grazie al reggiano Matteo Incerti, dopo 76 anni il soldato americano ritrova i bimbi salvati nel '44
La storia che ha fatto il giro del mondo
REGGIO EMILIA. I tedeschi si sono appena ritirati, Martin Adler e John Bronsky, due soldati americani del 339esimo reggimento, 85esima divisione, entrano in una casa che sembra abbandonata, in un paesino dell’Appennino bolognese. Hanno in mano armi cariche, sanno che potrebbero servire. Sono circondati dal silenzio. All’improvviso vedono muoversi una cesta, si preparano a sparare, ma ecco che da un angolo sbuca una donna: “Bambini, bambini!”. Gli americani abbassano le armi, si mettono a ridere. Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi, ormai fuori dal loro nascondiglio, ridono insieme a loro. “Foto?”, chiedono gli americani. Ma la mamma dice di no, i bambini sono sporchi e mal vestiti. Li porta al piano di sopra, li lava, li veste a festa, li agghinda. Ricompaiono poco dopo, con ciuffo pettinato, codini, collo di pelliccia e nastrini.
La fotografia che ritrae Martin Adler e i “suoi bambini” è stata scattata 76 anni fa, e oggi, alle porte del Natale più triste del dopoguerra, è diventata un’immagine simbolo di speranza. Perché, dopo giorni e anni che hanno riempito quattro vite, il soldato e i piccoli miracolati di Monterenzio hanno potuto rivedersi, ritrovarsi. Il merito è di Matteo Incerti, scrittore e giornalista reggiano che ha intercettato la fotografia condivisa su internet dalla figlia di Martin Adler, Rachelle, e in meno di due settimane è riuscito a risalire a Bruno, Mafalda e Giuliana. «Li ho trovati il 13 dicembre, il giorno di Santa Lucia – racconta Incerti – poi abbiamo organizzato una videochiamata tra Castel San Pietro Terme, dove la famiglia Naldi vive dal ’53, e la Florida, dove vive Martin Adler, che ora ha 96 anni. È davvero una favola di Natale, arrivata nel momento in cui, forse, ne avevamo più bisogno».
Tutto inizia con la fotografia in bianco e nero postata da Rachelle Adler su un sito americano di veterani di guerra. Incerti la trova mentre si sta documentando per un suo libro e rimane colpito dall’appello: il padre di Rachelle, Martin, è stato terribilmente segnato dalla guerra, l’unico momento felice è quello in cui tre bambini italiani sono sbucati fuori da una cesta, nell’ottobre del ’44; la sua speranza, prima di morire, è quella di ritrovarli, ma non ne conosce il nome. Incerti – grande appassionato di storia in grado di compiere miracoli, come anche questa vicenda dimostra, riallacciando legami che sembrano sgretolati dal tempo – contatta subito Rachelle Adler, si informa sul padre, si fa dire in che reggimento combatteva, circoscrive l’area in cui, nell’autunno del ’44, avrebbe dovuto trovarsi («tra Fiorenzuola e Bologna, lungo la Linea Gotica») e diffonde l’appello. «Su Facebook, nel giro di pochi minuti, è stato condiviso da centinaia di persone. E dove si poteva, nelle “zone gialle”, le persone sono anche andate ad affiggere la foto nei parchi o a lasciarla nei bar e nei negozi». In un battibaleno la ricerca dei tre bambini diventa un “affare di Stato”, ne parlano i giornali locali, quelli nazionali, anche le edizioni del Tg1 e del Tg3. Finché qualcuno contatta Incerti: «Buongiorno signor Matteo, c’è un signore di 83 anni che ha bisogno di parlarle. È quello della fotografia». Incerti deve sedersi, l’emozione quasi lo stordisce. «Commosso ho chiamato Bruno Naldi, classe 1937 – racconta –. Emozionato mi dice di essersi riconosciuto nella foto e di ricordarsi di americani nella sua casa in una frazione di Monterenzio sull’Appennino bolognese. È un susseguirsi di emozioni. Mi racconta delle sorelle Mafalda e Giuliana, classe 1938 e 1941. Anche loro sono vive! Mafalda si è riconosciuta subito in quella foto mostrata sul Tg1, dopo il mio post. Giuliana si ricorda di quel grande cesto dove per gioco si nascondevano. Si ricordano della cioccolata dei soldati americani».
Non resta che chiamare Rachelle, informare Martin, che appena sente la bella notizia esplode in un grido gutturale: «Greaaaattttt!». Poi, da una parte all’altra dell’Oceano, oltre il tempo e i confini, i quattro finalmente si rivedono: «Martin ha salutato i suoi bambini – racconta Incerti – e rispolverando le poche parole imparate 76 anni fa: “Ciao bambini! Vuoi cioccolata?”. Proprio come allora. È una favola. Una favola della vita nata nel buio della guerra» e raccontata nel tragico momento della pandemia. La storia di Martin Adler e dei tre bambini nella cesta ha fatto il giro del mondo (con quasi 50mila articoli dall’Inghilterra, all’India, al Messico al New York Times) e verrà presto raccontata da Incerti in un libro, sempre per Corsiero Editore. «Il merito non è mio – dice lui – Solo aiutandoci e condividendo, come insegnano i miei amici nativi Ojibwa e Cree de “I pellerossa che liberarono l’Italia” (il suo ultimo libro che presto verrà tradotto anche in inglese, ndr) possiamo raggiungere traguardi impossibili e fare di questo pianeta un mondo migliore». —
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