Gazzetta di Reggio

Stragi, c’è ancora Paolo Bellini

Stragi, c’è ancora Paolo Bellini

Intercettato, perquisito e indagato da Caltanissetta e Firenze per gli attentati del ’92-93 È l’uomo che per i pentiti di mafia suggerì a Cosa Nostra di colpire i monumenti

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Non solo la strage di Bologna del 2 agosto 1980, per la quale è stato condannato all’ergastolo in primo grado. Anche le stragi di mafia, per le quali è indagato in concorso: la strage di Capaci del 23 maggio 1992 (in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta) e gli attentati di Cosa Nostra in Continente del 1993. Soprattutto la strage di via dei Georgofili, fra il 26 e il 27 maggio 1993: 5 morti, 48 feriti, 173 opere d’arte danneggiate (7 distrutte) e la devastazione di 12 ettari di centro di Firenze a causa della deflagrazione dell’autobomba a due passi dagli Uffizi. A 30 anni dagli attentati che misero nel mirino il patrimonio culturale dello Stato, un unico atto di perquisizione, firmato dalle Dda di Caltanissetta e di Firenze, riaccende i riflettori sulla Primula Nera ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, 70 anni compiuti il 22 giugno, e sul suo possibile coinvolgimento nella stagione più cupa della storia recente italiana. Bellini è stato perquisito mercoledì sulla base delle intercettazioni che lo hanno portato alla custodia cautelare in carcere, con un’ordinanza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna, su richiesta della Procura Generale di Bologna. Dai domiciliari, dove stava scontando pene definitive per altri reati, è stato trasferito in carcere a Spoleto. Intercettato nell’ambito dei due diversi procedimenti, ha manifestato l’intenzione di uccidere l’ex moglie, Maurizia Bonini (che ha fatto crollare il suo alibi durato 40 anni per la strage di Bologna) e di prendere informazioni sul figlio del giudice Francesco Maria Caruso, presidente della Corte d’Assise di Bologna che lo ha condannato all’ergastolo il 6 aprile 2022, lasciando trapelare minacce e ritorsioni. Di qui il nuovo arresto.

«Di Firenze non so nulla – spiega uno dei suoi difensori, Antonio Capitella – non avendo visto il decreto di perquisizione. Però nel 2005 venne archiviato. Caltanissetta è una novità che abbiamo appena appreso. Ma non ne so di più».

Sugli attentati del 1993, la Procura di Firenze aveva ipotizzato un presunto ruolo di mandante esterno per Silvio Berlusconi. Coindagato Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, pena scontata. Con la morte del Cavaliere, le indagini non si sono fermate. Sullo sfondo, le rivelazioni di Salvatore Baiardo, fiancheggiatore del boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, sulle presunte foto di Berlusconi, Graviano stesso e il generale dei carabinieri Francesco Delfino. Indagini che, oltre a Cosa Nostra, ipotizzano il coinvolgimento di eversione nera, massoneria e apparati deviati dello Stato.

Uomo dai mille segreti, Bellini si dice sempre «disgustato» dalle stragi, ma ha attraversato decenni di misteri italiani: ladro e ricettatore di mobili, latitante dopo un tentato omicidio a fine anni ’70 in Brasile con il falso nome (ma documenti veri) di Roberto Da Silva, infiltrato in Cosa Nostra nella stagione dello stragismo di inizio anni ’90 e poi killer per la ’ndrangheta, con rapporti (negati ma accertati) con i servizi segreti. Condannato in primo grado all’ergastolo come quinto esecutore dell’attentato del 2 agosto 1980, dove è indicato come colui che ha portato la bomba nella sala d’aspetto della stazione di Bologna, da collaboratore di giustizia si è poi autoaccusato di una dozzina di omicidi, fra i quali quello dell’esponente di Lotta Continua, Alceste Campanile, nel 1975, per anni irrisolto. «Io mi sono infiltrato in Cosa Nostra, è un concetto ben diverso “volere” e “riuscirci”. Io c’ero e ben piazzato», ha ammesso nel 2020 al processo di Reggio Calabria ’Ndrangheta Stragista, sentito come testimone. Concetti ribaditi sempre da testimone in altri processi, dove ha raccontato la sua versione della trattativa Stato-Mafia sulle opere d’arte, della quale era a conoscenza anche l’ex superlatitante Matteo Messina Denaro, imbastita nel 1992 per il recupero di tele rubate dalla banda di Felice Maniero alla Pinacoteca di Modena in cambio di arresti domiciliari o detenzioni ospedaliere per cinque mafiosi, fra i quali Pippò Calò. Bellini si rapportò da un lato con l’ex maresciallo del Nucleo tutela patrimonio artistico, Roberto Tempesta (che si rivolse al Ros dell’allora generale Mario Mori) e da un altro con Antonino “Nino” Gioè, boss di Altofonte, uno degli attentatori di Capaci, vicino a servizi e massoneria, suicida a 45 anni nel ’93 in carcere a Rebibbia in circostanze sospette, all’indomani degli attentati di Roma e Milano del 27-28 luglio 1993. Sul comodino, una lettera in cui Bellini era indicato come infiltrato. I due si erano conosciuti nel carcere di Sciacca nel 1981, grazie a una partita a ping pong, quando Bellini aveva il falso nome brasiliano. A inizio anni ’90, il nuovo contatto con i viaggi in Sicilia, dove Bellini avrebbe preso contatti anche con altri esponenti di Cosa Nostra. Si ipotizza che Gioè morì mentre era stava per collaborare nell’ambito del protocollo Farfalla, accordo riservato stipulato tra servizi e il Dipartimento di amministrazione penitenziaria per gestire informazioni provenienti da penitenziari di massima sicurezza. Secondo Giovanni Brusca e altri pentiti, il proposito di fare attentati contro i monumenti venne suggerito da Bellini a Gioè. Bellini ha sempre sostenuto il contrario: «Che ne direste se un giorno sparisse la Torre di Pisa?», le parole del boss di Altofonte riferite dalla Primula Nera. Di certo l’idea arrivò ai vertici di Cosa Nostra. E di Bellini - che accennò anche a una trattativa americana – parlò il “capo dei capi” Totò Riina: «Ma questo Paolo Bellini che ci andò a fare a discutere con Gioè ad Altofonte, dove c’ha detto e c’ha messo in testa di potere fare queste stragi verso Firenze, verso Pisa, verso l'Italia? Io questo Bellini me lo trovo in mezzo ai piedi con i servizi segreti perché manovrato». l

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