Saman, da ragazza sola a figlia di tutti
Il video della 18enne che esce di notte con i genitori ha generato enorme emozione. Il delitto ha acceso il dibattito sui femminicidi, il delitto d’onore e le nozze forzate
Novellara Sono passati 940 giorni da quando il caso di Saman Abbas è comparso sui media, prima locali e poi nazionali. Da allora i riflettori sono rimasti accesi per un lasso di tempo molto lungo rispetto alla velocità con la quale le vicende di cronaca vengono di solito “consumate”.
Mistero e polemiche
Il fatto che il corpo non sia stato trovato per 566 giorni ha contributo ad alimentare il mistero e, di conseguenza, l’attenzione.
La ribellione di una ragazza nata in una famiglia musulmana, che voleva vivere “all’occidentale”, secondo una definizione ricorrente, ha toccato tasti sensibili ed è parsa l’ennesima variazione di un canovaccio noto. «È un problema legato a un certo tipo di subcultura e di violenza islamica», aveva detto Matteo Salvini quando le indagini erano appena all’inizio.
Inghiottita dal buio
Ma nel caso di Saman non sono state le polemiche e le strumentalizzazioni a rinfocolare l’interesse dell’opinione pubblica. Almeno non in modo prevalente. Piuttosto, è stato un breve filmato, quello che la mostra mentre esce di casa con il suo zainetto sulle spalle, accompagnata da mamma e papà, alla mezzanotte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021, come una qualsiasi adolescente che parte per una gita o un viaggio lontano. Da quel momento l’oscurità è calata sulla ragazza, di cui non se ne è più saputo nulla fino a quando il 18 novembre 2022 lo zio Danish Hasnain non ha deciso di collaborare e ha condotto gli inquirenti nel casolare-tomba di strada Reatino 36, a meno di 600 metri da dove la vittima viveva, in via Cristoforo Colombo 103, nelle campagne di Novellara.
Quel video, realizzato dal sistema di videosorveglianza dell’azienda Bartoli di Novellara, dove il padre Shabbar Abbas era uomo di fiducia e custode, ha fatto sì che milioni di italiani vivessero questa storia di cronaca con una partecipazione sconfinata.
L’immagine dei genitori che accompagnano la figlia alla morte è scolpita nelle menti e nei cuori di tantissime persone. Così come la sequenza della mamma che torna risoluta in casa, senza voltarsi, o del padre che esce nuovamente dall’abitazione per andare a riprendersi lo zainetto.
Saman, la ragazza che si definiva “sola” sui social, è presto diventata la figlia di tutti. Lo testimonia l’altarino spontaneo sorto nei pressi di strada Reatino, così come il fatto che qualcuno l’abbia messa anche nel presepe.
Migliaia di sconosciuti sono andati a cercare sui social le flebili tracce della sua breve esistenza, e hanno espresso il loro cordoglio scrivendo dei commenti o mettendo dei “mi piace” alle sue foto, secondo una forma di partecipazione al lutto ormai ampiamente diffusa.
La lotta e la tragedia
La parola tragedia, spesso abusata, appare quanto mai appropriata nel caso di Saman. Come definire la storia di una figlia costretta ad allontanarsi dalla famiglia per affermare il suo anelito di libertà? Di una ragazza schiacciata dalla solitudine, che ha sentito il desiderio di compiere un viaggio fatale a ritroso verso casa, si è detto per ottenere i suoi documenti, ma forse soprattutto perché non le era possibile recidere il cordone ombelicale che la legava ai genitori e al fratello? Quale termine è più calzante per una donna sacrificata per salvare l’onore del gruppo a cui apparteneva?
La caccia all’estero dei latitanti, il lungo tira e molla con Islamabad per l’estradizione del padre – risultato storico, perché ottenuto in assenza di un trattato bilaterale, concretizzatosi il 31 agosto scorso – e il mistero sulle sorti della mamma Nazia Shaheen, nascosta in Pakistan dai parenti chissà dove, hanno aggiunto ulteriori elementi di drammaticità a questa trama.
La violenza sulle donne
Non si può nemmeno sottovalutare il fatto che il delitto Saman è avvenuto in un periodo in cui la sensibilità sulla piaga dei femminicidi è aumentata. Le costituzioni di parte civile di quattro associazioni che si occupano di diritti delle donne (Udi, Differenza Donna, Nondasola e Trama di Terre) e i presidi di “Non una di meno” fin dalla prima udienza del 10 febbraio ne sono una prova.
La vicenda ha acceso anche il dibattito sul tema dei matrimoni combinati, che possono talvolta degenerare in nozze forzate. La folta presenza di indiani e pakistani nella nostra provincia, fa sì che questo argomento debba essere conosciuto e affrontato molto più di quanto fatto fino ad ora.
Il processo Saman è destinato a creare uno spartiacque sotto diversi punti di vista.
Le parti civili auspicano che possa segnare un prima e un dopo, soprattutto nella prevenzione e nell’aiuto alle ragazze in fuga da matrimoni non voluti.
Dibattito giuridico
Fin dall’inizio, i carabinieri e la procura hanno inquadrato la vicenda nell’ambito del “delitto d’onore”. Il tema del delitto “culturalmente orientato” è emerso nelle arringhe degli avvocati, così come nelle requisitorie della pubblica accusa. Secondo le parti civili e il pubblico ministero, nessuna scriminante può essere concessa in virtù di orientamenti religiosi e valoriali. L’avvocato Liborio Cataliotti si è detto d’accordo su questa impostazione, ma ha contestato l’aggravante dei motivi “abietti o futili”, sostenendo che, se il movente culturale non deve scriminare il suo assistito, non può nemmeno indurre a un trattamento sanzionatorio più grave. La Corte ieri ha escluso tutte le aggravanti: «Credo sia il vero dato innovativo della sentenza: i motivi culturali non possono essere futili», ha detto il legale.l
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