Gazzetta di Reggio

Ergastolo ai genitori di Saman, 14 anni allo zio, assolti i cugini

Jacopo Della Porta
Ergastolo ai genitori di Saman, 14 anni allo zio, assolti i cugini

Tre colpevoli per l’uccisione della 18enne, ma la mamma è latitante. Niente risarcimento al fratello e al fidanzato, sì alle altre parti civili

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Novellara Quando alle 18 di martedì 19 dicembre sera la Corte d’Assise è ricomparsa in aula, dopo cinque ore di camera di consiglio, la tensione era palpabile. Imputati, avvocati, interpreti, forze di polizia, pm Laura Galli e procuratore capo Gaetano Calogero Paci, attendevano in silenzio e in piedi. Dietro di loro una ressa di giornalisti, tecnici tv, fotografi e avvocati del foro di Reggio Emilia, anch’essi in silenzio.


In quattro minuti la presidente Cristina Beretti, affiancata dalla collega Michela Caputo e dai giudici popolari, ha letto la sentenza che ha posto fine – dopo 35 udienze iniziate il 10 febbraio scorso – al processo di primo grado per la morte di Saman Abbas, uccisa il primo maggio 2021 nelle campagne di Novellara per essersi opposta a un matrimonio combinato e più in generale per aver deciso di volersi autodeterminare e non soggiacere alle consuetudini che la famiglia riteneva dovesse invece accettare.


Gli ergastoli al padre Shabbar Abbas e alla mamma Nazia Shaheen – processata in contumacia perché latitante in Pakistan – non hanno stupito nessuno, tantomeno i difensori Enrico Della Capanna e Simone Servillo, che si sono battuti con impegno nel tentativo di scongiurare una sentenza che loro stessi avevano definito già scritta. Le motivazioni della Corte non sono note perché saranno depositate tra 90 giorni, ma di certo ha avuto un peso il fatto che i coniugi sono stati ripresi dal sistema di videosorveglianza dell’azienda agricola di Novellara, dove la famiglia Abbas viveva, mentre accompagnavano la figlia nel buio della campagna la notte in cui venne uccisa. Vanno considerate anche le tante intercettazioni finite nel fascicolo del dibattimento, tra cui quella del giugno 2021 in cui il capofamiglia, parlando al fratellastro Zaman Fakhar, si assumeva la paternità del delitto («L’ho fatto per il mio onore»).

Se l’è cavata con 14 anni, invece, lo zio Danish Hasnain, quello che secondo la procura e il fratello di Saman avrebbe materialmente strangolata la ragazza e che nel novembre 2022 fece ritrovare il corpo nascosto nel casolare di strada Reatino, a 600 metri da dove la diciottenne viveva, pur negando qualsiasi responsabilità nell’esecuzione (disse di essere stato chiamato dai cugini a cose fatte e aver solo collaborato al seppellimento).

L’uomo, che in una chat rassicurava la moglie sul fatto che «era stato fatto un lavoro fatto bene», riferimento per l’accusa all’occultamento del cadavere, e per il quale la pm Laura Galli aveva chiesto 26 anni, ha potuto godere di uno sconto di pena. La Corte d’Assise nel condannarlo per omicidio e soppressione di cadavere, gli ha concesso le attenuanti generiche e ha escluso le aggravanti, come richiesto nella sua arringa dal difensore Liborio Cataliotti. I giudici gli hanno riconosciuto una riduzione di un terzo della pena come se fosse stato processato in abbreviato, rito alternativo che il legale aveva chiesto nell’udienza preliminare e che non era stato accordato. «Ha preso meno di quanto era stato chiesto, ma farò appello, perché accetto la condanna per avere disperso, sottratto, occultato il cadavere, però, impugnerò quella per omicidio», ha detto Cataliotti.

I cugini di Saman, Nomanulhaq Nomanhulaq e Ikram Ijaz, difesi, rispettivamente da Luigi Scarcella e Mariagrazia Petrelli, la cui voce in questo processo non è mai stata udita, sono stati assolti. Il quadro indiziario nei loro confronti è sempre stato più debole. Sostanzialmente a inchiodarli, secondo la procura, c’era il video del giorno prima del delitto, nel quale andavano nei campi con delle pale insieme allo zio. I difensori hanno respinto la tesi che stessero andando a scavare la buca e che in quel momento non potessero essere in orario di lavoro.

A collocarli sulla scena era il fratello della vittima, Alì Haider, che in un primo momento aveva detto di non averli visti ma solo saputo della loro presenza, mentre in aula ha poi sostenuto che quella notte li scorse dietro alle serre. La Corte ha disposto che tornino immediatamente liberi e alla lettura della sentenza si sono commossi: ieri sera hanno dormito a casa di amici.

Alla luce di questo pronunciamento, Saman è stata uccisa materialmente dal solo zio, che poi avrebbe anche scavato da solo la fossa per collocarvi la ragazza (la perizia ritiene invece fondata l’ipotesi della partecipazione di più persone).

La Corte ha rigettato le domande risarcitorie del fratello di Saman e del fidanzato Ayub Saqib: solo nelle motivazioni della sentenza si potrà capire in base a quale motivo non sono stati ritenuti degni di questo riconoscimento.

Genitori e zio dovranno, invece, risarcire in via definitiva 25mila euro ciascuno in favore di Nondasola, Unione Donne in Italia, Trama di terre e Differenza Donna; 10mila a Confederazione Islamica Italiana, Grande Moschea di Roma e Unione Comunità Islamiche Italiane; 30mila euro all’Unione Bassa Reggiana e 50mila al Comune di Novellara.

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