Saman, l’ultima carta del padre Shabbar prima dell’ergastolo: «Mia figlia era il mio cuore»
Le parole del genitore per due ore prima del verdetto: «Non sono stato io». Non è stato creduto
Novellara «Signori giudici, non ho mai pensato di uccidere mia figlia». Shabbar Abbas si rivolge, per due ore, direttamente alla Corte. L’ultimo atto del processo di primo grado, prima della sentenza che lo condannerà all’ergastolo, sono le dichiarazioni spontanee del padre di Saman. Gli avvocati difensori – Enrico Della Capanna e Simone Servillo – hanno rinunciato alle controrepliche. La parola è passata direttamente all’imputato.
La sua verità su come si viveva dietro le mura del casolare di via Colombo dove abitava con la famiglia è decisamente un’altra rispetto a quanto riferito nella stessa aula dal figlio e il ritratto che fa di sé non corrisponde davvero a quanto di lui raccontava Saman. «Sono state dette tante cose false: non sono mafioso, non sono ricco. Se lo fossi stato non sarei venuto in Italia a lavorare nei campi».
Ha parlato in un italiano faticoso, ma senza fermarsi. «In carcere non è una vita bella – e a quel punto ha iniziato a piangere –. Mi dicono: questo è un cane che ha ammazzato la figlia. Una mamma e un padre mai ammazzano i figli. È il mio sangue, il mio cuore...». Ma da lui, non è arrivata una versione di cosa sia capitato alla figlia, di chi abbia ucciso la 18enne e l’abbia messa nel fondo di una fossa.
Ha solo ammesso, testuale, di aver compiuto due errori: «Di aver chiamato mio fratello quella notte». E «di non essere tornato in Italia» quando a Novellara si cercava il cadavere della giovane e lui era uno dei principali accusati. A persuaderlo sarebbero stati gli altri parenti.
Nel suo racconto, ne ha avute per tutti: dai giornalisti ai servizi sociali – che accusa di essere interessarti «solo ai soldi e non ai bambini» – e al fidanzato di Saman, Saqib. Con una stoccata anche all’avvocata Barbara Iannuccelli (che a processo rappresenta la parte civile del giovane, insieme al collega Claudio Falleti). «Le ho sentito dire che era un amore: questo non era un amore». Ha usato un termine nella sua lingua per dire cosa fosse. «Saman diceva bugie a lui, lui diceva bugie a lei». E lo ha ribadito: «Saman era forte, era molto intelligente, ma diceva anche bugie».
Ha spiegato così dell’incontro con i genitori di Saqib: «Siamo andati a casa loro, ci siamo seduti. Ho detto che se il ragazzo frequenta mia figlia, deve sposarla. Ma loro hanno detto no». Facendo intendere di altre ragazze. Tutt’altra la versione da quella del giovane, che aveva parlato di un blitz a con un colpo di kalashnikov: per quell’episodio fece anche denuncia, in Italia.
Shabbar ha parlato anche dei social, delle foto dei due ragazzi insieme. «Lui fa foto, le mette sui social, per noi questa cosa non è bella». Ha respinto il ritratto di Saman come di una ragazza rinchiusa. Anche che le hanno negato di andare a scuola, rivendicando invece che fosse contenta di non andarci. «Lei ha detto che voleva studiare in Pakistan». E ha sostenuto che via Skype seguiva dei corsi con il suo Paese.
Ma soprattutto ha negato che Saman fosse contraria alle nozze col cugino: «Non è vero che è un matrimonio combinato. Lei era molto contenta».
Del suo principale accusatore, il figlio Alì, ha detto: «Mio figlio ha parlato così perché servizi sociali e carabinieri gli hanno detto che sennò andava in carcere. È il mio pensiero. Lui se uno lo prende per mano, lo porta dove vuole. Il suo cuore non ha parlato, ha parlato solo con le parole del suo avvocato, dei servizi sociali, dei carabinieri. Ha detto bugie. Non ha detto la verità. Lui non sa la verità».
E ha detto che non poteva aver visto, come invece ha testimoniato, chi c’era quella notte perché «era in camera sua, che guardava il telefono». Shabbar Abbas ha insistito nel descrivere l’ultimo giorno in vita di Saman, il 30 aprile, come un giorno normale. «Andava tutto bene a casa».
Fino a quando Saman avrebbe manifestato l’intenzione di andarsene: «Le ho detto: è già mezzanotte, dove vuoi andare? Ho pensato che Saqib la sarebbe venuto a prenderla. O mandasse qualcuno. Ho chiamato tante volte Danish per dirglielo. Questa è la mia colpa... È un errore. Io ho chiamato Danish. Gli ho detto che secondo me arrivava Saqib. Lei diceva che veniva un’amica». Ha detto di aver pianto, per tentare di fermarla. E di quando lo si vede da solo uscire di casa: «Sono tornato indietro, non c’era niente. Ho pensato: Saman è andata via. Ha detto bugie anche questa volta». A suo dire, non era lo zaino che aveva con sè quando è tornato indietro, bensì biancheria.
«Signori giudici, voglio capire anche io chi l’ha ammazzata, con chi andava quella notte» ha detto ancora, sostenendo di aver saputo solo in Pakistan che fosse stata uccisa.
Anzi di aver ricevuto un messaggio da lei durante il viaggio. Fino a quel sinistro: «Se avessi voluto uccidere mia figlia, lo avrei fatto in Pakistan». La Corte, però, non l’ha pensata così.
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