Gazzetta di Reggio

La storia

Venduta dalla madre a 16 anni: «Ora sogno di aiutare le altre»

Alice Tintorri
Venduta dalla madre a 16 anni: «Ora sogno di aiutare le altre»

La drammatica storia di Maila Micheli: dopo dieci anni di silenzio, si racconta a viso aperto

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Reggio Emilia La sua storia mediatica comincia in Val d’Enza, a Bibbiano, più di dieci anni fa. Era il 2015 quando Maila Micheli, allora protetta dall’anonimato, ripercorse per la prima volta in tribunale le violenze subite dalla madre. Fu una testimonianza dettagliata, precisa, che scosse l’opinione pubblica reggiana, fino a quel momento intorpidita e insensibile, incapace di cogliere i timidi, ma disperati segnali d’allarme lanciati da una ragazza di appena sedici anni costretta a prostituirsi da chi l’aveva messa al mondo.

Gli uomini che abusavano di lei, quando ancora era un’adolescente, erano tanti, tutti ugualmente complici di una violenza che si ripetè, giorno dopo giorno, per più di un anno.

La storia di Maila è rimasta impressa a chiunque vi si sia imbattuto leggendo le colonne di un quotidiano, quando di lei, ancora, nessuno conosceva né il volto né il nome. Poi, dieci anni dopo, è uscita allo scoperto. Spinta dalla necessità e dal desiderio catartico di raccontarsi, ha ripercorso gli anni più bui pubblicamente, a viso aperto. In una narrazione spogliata da omissioni e al tempo stesso dall’odio che avrebbe il diritto di provare, Maila ha dato voce al suo passato con commozione e profondità. Prima degli abusi fisici, ha raccontato l’origine di tutto, il rapporto con la madre, senza rinnegare l’amore, senza omettere i ricordi di tenerezza condivisi con lei prima che iniziasse il suo calvario. È quello che colpisce di più, tra i tanti abominevoli tasselli che compongono la sua storia: l’umanità, nel suo significato più vero e profondo, che Maila ha saputo preservare nonostante un trascorso che di umano ha troppo poco.

Nella giornata internazionale dedicata alla donna abbiamo scelto di parlare con lei del futuro, senza trascurare un passato che non può essere dimenticato. «Il fatto di essere una ragazza ha senz’altro influenzato il mio vissuto. È stato così durante il processo, quando i miei profili social sono stati usati per tentare di dimostrare che gli effetti di anni di abusi su di me non erano poi così tanti: all’apparenza ero troppo carina, troppo sorridente, troppo sicura di me. Ma il mio essere una donna ha inciso anche su tutto ciò che è accaduto prima. Del resto, quello che ha subito mio fratello è diverso da quello che è capitato a me. Non nego, però, che lo stesso possa valere per mia madre: se fosse stata un uomo sarebbe stato diverso». Quello che Maila ha subito da adolescente non è un dramma risultato dal caso, ma una tragica eredità tramandata da un genitore a un figlio. La madre, a sua volta, fu vittima di violenze simili a quelle che poi impose a lei. «È una catena che dev’essere spezzata. Io ho avuto la fortuna, preziosa, di incontrare un amore tanto puro da aprirmi gli occhi. Vicky mi ha insegnato la semplicità e la gratuità dell’affetto: senza ricatto, senza silenzi, senza imposizioni. Un amore opposto all’unico che avevo avuto modo di vivere».

Vicky è il cane che segna nella vita di Maila un prima e un dopo, l’amica migliore che avesse mai avuto e per questo una minaccia: la madre, da un giorno all’altro, la farà sparire nel nulla. Per Maila la sua scomparsa è solo l’ultima goccia, pesantissima, di un vaso riempito all’orlo: scapperà di casa, denunciando anni di abusi subiti in silenzio. «Lo strappo è doloroso, ma le difficoltà iniziano dopo. A chi si ritrova nelle mie parole dico di aggrapparsi alle cose più belle e di chiedere aiuto: quando si subisce una violenza ogni secondo è importante ed equivale a un trauma da superare in futuro».

«Quando è successo tutto, sembrò che nessuno si fosse accorto di niente. Non la scuola, non i servizi sociali: nessuno. Ancora oggi non so se sia stato realmente così o se le persone abbiano scelto di voltarsi dall’altra parte. Sono certa però della necessità di educare la società a un’attenzione diversa, più profonda. Affinché sia così, la prevenzione è fondamentale. L’educazione sessuoaffettiva nelle scuole è un punto di partenza a cui non possiamo rinunciare – spiega Maila –. Sia per le ragazze, che per i ragazzi, sapere come comportarsi nel rispetto reciproco non è scontato, soprattutto in una società che ancora considera la sessualità un tabù».

Sul proprio futuro, Maila non ha dubbi: «Mi piacerebbe dare voce a chi si trova in difficoltà, contribuendo a modo mio a una tutela reale di chi è vittima di situazioni simili a quella che ho vissuto io. In più, a breve apriremo una piccola casa rifugio per cani: gli animali, pur non potendo parlare, da sempre mi danno gioia». Poi un messaggio alle nuove generazioni di donne. Una dedica, potente e coraggiosa, da parte di chi, tra le mille plausibili ragioni per diffidare, ha scelto di non precludersi la possibilità preziosa di amare: «Alle bambine di domani dico di non smettere di fidarsi degli uomini. Potranno essere buoni amici, meravigliosi compagni di vita. Quello che conta è che ci sia rispetto e che la loro libertà non limiti mai la vostra».l