Gazzetta di Reggio

Il paese si mobilita

Novellara si stringe alle donne vittime dello stalker seriale

Novellara si stringe alle donne vittime dello stalker seriale

L’iniziativa spontanea della comunità per sostenere e dare aiuto alla 55enne perseguitata con la figlia

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Novellara Ieri, sabato 14 marzo 2026, trent’anni fa, Jessica Filianti veniva uccisa a coltellate dall’ex fidanzato. Dopo di lei, le vittime di femminicidio sono state tante. Tra loro, il 10 marzo, Daniela Zinnanti: l’ex compagno violento non indossava il braccialetto elettronico perché non era disponibile, nonostante gli fosse stato prescritto. Tiziana Vinci, lo scorso agosto: all’ex marito era stato applicato un braccialetto elettronico, ma il dispositivo non ha funzionato correttamente e non ha impedito l’omicidio. Roua Nabi, nel settembre 2024: il coniuge da cui si era separata l’ha uccisa dopo che quattro allarmi del braccialetto non sono stati presi in carico dalle autorità.


Tragedie evitabili che con la storia della donna di Novellara, di cui oggi scegliamo di mantenere l’anonimato per proteggere lei e la figlia minorenne, hanno in comune il malfunzionamento di un dispositivo che dovrebbe dare garanzie di sicurezza e che troppo spesso, invece, non tutela le vittime. Il braccialetto indossato dall’uomo che da anni la perseguita infatti non funziona. Non ha mai funzionato. Nonostante il 55enne di Novellara, ritenuto uno stalker seriale e recidivo, abbia l’obbligo di mantenere una distanza minima di duemila metri (due chilometri), si apposta sotto la casa della donna, si avvicina alla sua macchina, frequenta gli stessi luoghi vissuti dalle sue vittime.

Ieri, davanti alla panchina rossa simbolo della lotta alla violenza di genere al parco Augusto Daolio, la comunità di Novellara si è stretta attorno a lei, per protestare contro una misura ritenuta totalmente insufficiente e per ascoltare la testimonianza di chi oggi cerca di sopravvivere e chiede di riavere indietro la propria vita. «Vi prego, non voltatevi dall’altra parte. Abbiamo bisogno di tutti voi» ha detto la donna, uscita allo scoperto, prima di ripercorrere l’incubo che ancora oggi vive, insieme alla figlia di 14 anni, divenuta a sua volta vittima dello stalker di Novellara. Un grido d’aiuto, il suo, per mettere finalmente fine a una storia che va avanti da troppo tempo.

«È una persona socialmente pericolosa. È seguito dal 1985 dal centro di salute mentale e nonostante sia già stato condannato per stalking la sua terapia farmacologica non è mai stata cambiata. Lui stesso ha ammesso di non essere capace di controllare le sue pulsioni dopo qualche giorno che prende le medicine. Diventa violento, ci perseguita, ci minaccia di morte. Non sappiamo più cosa fare. Viviamo nel terrore». Perchè l’uomo, che avrebbe il divieto di avvicinarsi a lei, alla figlia e a un’altra vittima, nei fatti quel divieto lo viola continuamente. È successo la scorsa settimana, per esempio: «Venerdì mattina mi trovavo incolonnata in auto senza via di fuga, quando l’ho visto uscire da un bar vicino a casa mia, in spregio al divieto di avvicinamento alla nostra residenza. Appena mi ha riconosciuta, si è indirizzato verso di me. Il mio dispositivo ha cominciato a suonare, ho chiamato subito il 112. I carabinieri mi hanno richiamata dicendomi soltanto che dalle loro segnalazioni lo stalker risultava in tutt’altra zona: il braccialetto non funziona e noi ci sentiamo abbandonate».

«La mia bambina prima del cellulare ha avuto il palmare – ha continuato la donna piangendo –. Io non voglio insegnare questo ai miei figli: non voglio che abbiano paura, che siano terrorizzati all’idea di uscire di casa, che debbano adeguarsi e modificare le loro vite per non essere raggiunti da una persona che potrebbe far loro del male. Ho cambiato lavoro. Ho cambiato vita. Oggi l’ansia mi divora in ogni istante delle mie giornate. Ho dovuto cambiare la disposizione della camera di mia figlia perchè lui si appostava con la macchina davanti alla sua finestra per fissarla. Una volta l’ho visto in macchina da solo con un ragazzino di origine straniera. Non so cosa gli abbia fatto, mi si stringe il cuore».

Corteggiamento ossessivo, frasi a sfondo sessuale e atti osceni, fino a gesti folli e umilianti, come quello di tappezzare una delle vie percorse dalla donna per andare a lavoro con foto che la ritraevano durante l’attività fisica, con la scritta vendesi e il suo numero di telefono.

Ieri, davanti alla panchina rossa, c’era soltanto la sua voce: la comunità di Novellara è rimasta in silenzio, allibita di fronte a rivelazioni terrificanti che non avrebbero mai potuto immaginare. Perchè in un paese piccolo, è vero, ci si conosce tutti. Ma il timore è forte e contagioso, congela, ostacola.

«Io oggi sono terrorizzata. In questa tragedia mi sono sentita sola. Ma sono stata consapevole e sono stata forte ed è questo che voglio trasmettere e che vedo a mia volta negli occhi delle donne che ho incontrato in casa protetta. C’è bisogno di una rete solida, c’è bisogno anche di voi: oggi ho il coraggio di chiedere aiuto» ha concluso.

E dietro di lei, una pioggia di lacrime e di applausi. La comunità si è stretta attorno a lei: chi si è offerto di vigilare, a turno, davanti a casa sua, chi di comunicare i movimenti dell’uomo, chi di aiutare lei e la figlia anche negli spostamenti più semplici. Tutti, insieme, hanno dato senso alla frase scritta sulla panchina rossa del parco Daolio: “Dimentica i giorni dell’oscurità. Qualsiasi cosa possa essere successa non è la fine”. l

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