Gazzetta di Reggio

L'intervista

Il racconto di Lara Gilmore, moglie di chef Bottura: «Il mio 11 settembre al telefono per cercare mamma e papà»

di Paola Ducci

	Il racconto di Lara Gilmore
Il racconto di Lara Gilmore

A 25 anni dall'attentato alle Torri Gemelle: «Da poco ero tornata a Modena da New York. Quando ho saputo non volevo crederci, restano momenti drammatici e indelebili nella memoria»

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MODENA. «Ero tornata da poco da New York e passeggiavo sui viali del Parco di Modena con mio figlio Charlie nel passeggino, quando mi sono fermata in uno dei chioschi per acquistare una bottiglietta d’acqua. È lì che, ascoltando la radio del piccolo bar, ho appreso la notizia dell’attentato alle Torri Gemelle. Sono rimasta pietrificata». Così racconta con voce commossa Lara Gilmore, curatrice del marketing e della comunicazione de L'Osteria Francescana e Casa Maria Luigia e moglie dello chef Massimo Bottura. Gilmore è infatti di origini newyorchesi e tuttora i suoi genitori risiedono là.

La scoperta
«Dopo aver appreso la notizia ricordo che sono corsa a casa, ho sintonizzato il televisore sulla Cnn (all’epoca non esistevano gli smartphone) e da lì non mi sono praticamente più mossa fino a sera, facendo un’indigestione di immagini terrificanti che nella mia vita non avrei mai immaginato di dover vedere. Nel frattempo – continua Gilmore – ho chiamato i miei genitori che vivono Uptown a New York, non lontano da Central Park, praticamente dalla parte opposta della città rispetto all’area in cui si trovavano le Twin Towers (Downtown) e la cosa più incredibile è stata che ho dato io la notizia a mia madre. I miei genitori si erano svegliati da poco (quando si è schiantato il primo aereo erano mancavano poco alle 9 a New York) e non avevano ancora acceso né la radio né la tv e di conseguenza non sapevano nulla. Poi le comunicazioni telefoniche si sono interrotte e fino al giorno dopo non ho più avuto modo di mettermi in contatto con nessuno oltreoceano. Tutto si era bloccato proprio come in quei film apocalittici».

Newyorkese
Il sentimento che Gilmore ricorda di aver provato è stato quello di totale incredulità, legato però a un profondo stato d’ansia: «Se avessi seguito l’istinto sarei tornata immediatamente a New York per provare a dare una mano in quella situazione assurda. Ma di certo non mi avrebbero fatto partire. L’aria sconvolta mi si leggeva in volto e se c’è una cosa che non dimenticherò mai è stata la vicinanza che i genitori dei compagni di asilo di mia figlia Alexa mi hanno dimostrato quando, nel pomeriggio, mi sono staccata per un quarto d’ora dalla tv per andare a ritirarla. Ancora mi vengono le lacrime agli occhi se penso agli abbracci di queste persone e alle loro parole di affetto, così come sono state piene di comprensione quelle di tutti i nostri amici modenesi».

Incollati alla tv
«Quella sera io e Massimo ci siamo stretti forte nel dolore – sussurra –, insieme ai nostri due figli. Del resto New York è la città in cui ci siamo incontrati e innamorati, è il nostro luogo del cuore e vederla in quelle condizioni, con la conta dei morti che saliva di ora in ora e i newyorchesi che tornavano a casa a piedi sul ponte di Brooklyn è stato davvero un colpo ai nostri cuori». Gilmore è riuscita a tornare a New York solo dopo un mese e mezzo dall’attentato, per la ricorrenza di Halloween, e non ha esitato ad andare nell’area di “Ground Zero”: «In quel periodo ancora non ci si poteva avvicinare più di tanto – ricorda infine –, ma quello che mi ha veramente colpito e che non dimenticherò mai è l’odore di bruciato che si percepiva in tutta Manhattan e che è rimasto per mesi, così come per mesi una leggera foschia di polvere ha avvolto tutta Downtown. Con Massimo e i nostri figli siamo ritornati poi un’altra volta per le vacanze di Natale, e proprio in quell’occasione abbiamo capito che il mondo ormai era cambiato e nulla sarebbe stato più come prima».




 

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