Gazzetta di Reggio

Economia

Vetrine vuote, l’allarme nei centri storici: a Modena persi 1.031 negozi in 10 anni

di Stefano Luppi
Vetrine vuote, l’allarme nei centri storici: a Modena persi 1.031 negozi in 10 anni

Indagine Nomisma. Le saracinesche si abbassano, in centro abbondano bar e ristoranti

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MODENA. Alzi la mano chi passeggiando per i centri storici - non solo di Modena ma anche di Carpi, di Sassuolo e dei più piccoli centri dalla Bassa alla montagna - non incappa in vetrine chiuse, serrande abbassate o su cui svetta il cartello “affittasi”.

Negli ultimi dieci anni in Italia sono scomparsi 86mila negozi di vicinato, calcolando il dato tra nuove aperture e chiusure e il fenomeno si manifesta sempre più anche nella “ricca” e appetibile dal punto di vista turistico Emilia Romagna (-8.019 nel periodo). Accade per tutti i settori merceologici, eccetto la ristorazione: avremo dunque dei centri storici sempre più “non luoghi”, secondo il concetto introdotto dal noto antropologo francese Marc Augé (1935-2023), ossia simili ad aeroporti e grandi centri commerciali?

I centri si “desertificano”

Il rischio è quello e un altro, forse maggiore, riguarda il fatto che non solo le zone centrali, ma pure le aree residenziali di città e paesi vedono una desertificazione dei negozi fisici che alla lunga incide su relazioni sociali, sicurezza, attrattività dei territori. Tutto ciò si desume consultando la recentissima prima edizione dell’Osservatorio “Reciprocità e Commercio Locale” del centro di analisi economica Nomisma di Bologna, un insieme di numerosi dati che racconta una trasformazione profonda in atto in Italia tra 2015 e 2025, trasformazione evidente anche in Emilia Romagna e a Modena, territorio che occupa oggi uno “stato di salute” intermedio da questo punto di vista. Insomma né troppo bene né troppo male con performance in genere migliori rispetto a Reggio e molto migliori rispetto a Ferrara. Negli ultimi dieci anni il commercio di prossimità - il piccolo alimentari, la merceria, l’edicola, il negozio di abbigliamento, la bottega storica - ha registrato una contrazione diffusa: -6,7% a livello nazionale, -9,5% in regione mentre Modena si colloca poco sotto questa media, con un calo dell’8,5%. Se il dato è peggiore rispetto a realtà più resilienti come Rimini (-5,9%) è meno grave guardando a province in forte sofferenza come appunto Ferrara (-15,8%) e Ravenna (-13,1%). Ma il segnale è chiarissimo: anche nei territori economicamente più solidi il modello tradizionale del negozio di vicinato è sotto pressione.

Oltre mille negozi persi in un decennio

Il dato assoluto rafforza questa lettura: nella nostra provincia nel decennio analizzato si sono persi esattamente 1031 negozi confrontando aperture e chiusure, un numero che ridisegna inevitabilmente il tessuto urbano, incidendo non solo sull’economia vera e propria, ma pure sulla vita quotidiana dei quartieri e nei centri, dove trionfano sempre più - si pensi alle polemiche a Bologna “città dei taglieri”, ma Modena si avvicina a tale modello - i servizi di ristorazione. Tali aspetti, comunque, non sono solo negativi perché il quadro ha anche qualche aspetto positivo, come racconta Nomisma.

A fronte della diminuzione delle attività cresce infatti l’occupazione di settore: a Modena gli addetti aumentano del +20,5%, uno dei dati più alti della regione, superiore anche a Bologna (+16,6%) e alla media regionale (+16,8%) mentre Reggio cresce del 14,4% e Ferrara del 9%. Ciò indica probabilmente una trasformazione strutturale del settore: meno imprese, ma più grandi e organizzate con il commercio che in genere si concentra premiando chi riesce a raggiungere dimensioni più competitive. In questa situazione legata all’economia e alle comunità di cittadini un ruolo importantissimo lo gioca il mercato immobiliare commerciale. E anche qui sono dolori.

I prezzi calano di oltre il dieci per cento

A Modena i prezzi di compravendita dei negozi sono calati del -10,5% nel periodo studiato, in linea con la tendenza regionale mentre i canoni di affitto sono aumentati del +7,5% (Reggio +9,8%). Anche per questo le molte vetrine vuote, e questo è un nodo delicato: stando ai numeri il valore degli immobili scende mentre il costo per chi gestisce un’attività cresce, comprimendo i margini o annullandoli del tutto, quindi incidendo pesantemente sulla sopravvivenza delle piccole imprese. Rispetto alla nostra provincia Piacenza, ad esempio, registra un aumento degli affitti molto più marcato (+31,7%) mentre Parma vede un calo dei canoni (-0,8%), ma una forte contrazione dei valori immobiliari (-23,2%). Modena si colloca ancora una volta in una posizione intermedia. Un pianeta dunque complesso, questo ci dice in sintesi la ricerca di Nomisma: servirebbe una legislazione più “giusta” tra negozi fisici e piattaforme di vendita online, che hanno invece una tassazione clamorosamente inferiore ai primi come spiega Confesercenti.

Ma servono anche interventi mirati su caro affitti e rigenerazione dei centri urbani. Termina Francesco Capobianco, responsabile delle politiche pubbliche di Nomisma: «Da questi dati risulta evidente come in Emilia-Romagna i settori del commercio locale che presentano le performance migliori siano sostenuti da fattori esogeni: boom turistico, effetti della pandemia da Covid-19 e bonus edilizi. Restano indietro le altre categorie merceologiche e quindi occorre, per decisori pubblici e operatori privati, compiere scelte coraggiose. Il commercio locale, infatti, al di là della funzione economica, contribuisce alla salvaguardia di socialità, integrazione e sicurezza dei contesti urbani e rurali: la costruzione di reti in grado di trattenere sui territori i consumi dei cittadini è una sfida da cogliere al più presto».