La morte di Roberto al Novi Sad. «Senza casa non c’è reinserimento»
Bernabei (Porta Aperta): «La sua morte ci interroga su cosa si poteva fare di più»
MODENA. «La morte di Roberto mette in luce tutte le carenze del nostro sistema: affidiamo al carcere la risoluzione di ogni problema, ma quando le persone escono se li ritrovano tutti davanti. Malgrado gli sforzi fatti per costruire un percorso di reinserimento, Roberto è uscito senza un posto dove andare. E non è l’unico».
Paola Cigarini, portavoce dell’associazione Carcere-Città di Modena, parte dalla vicenda dell’uomo argentino di 59 anni trovato morto sulle gradinate del Novi Sad, lunedì notte, con ogni probabilità per un malore, per denunciare un problema che va ben oltre la sua storia personale: un sistema che fatica a garantire dignità e prospettive a chi finisce in carcere e a chi, una volta uscito, non ha una casa né una rete di sostegno.
La riflessione
«Il carcere è diventato il concentrato di tutto quello che fuori si spazza sotto il tappeto - continua Cigarini - Lo dicevamo già vent’anni fa. Ma è un luogo che oggi non può reggere tutto questo: 620 detenuti contro poco più di 300 posti. E continuiamo a mettere dentro persone senza avere gli strumenti per lavorare davvero sul loro recupero». Il nodo, secondo Cigarini, è anche l’assenza di un progetto concreto dopo la pena. Roberto aveva partecipato alle attività del Sant’Anna, faceva teatro, era riuscito ad avviare un percorso di inserimento in una mensa cittadina e aveva trovato persone disposte ad aiutarlo. Ma non aveva una sistemazione stabile.
Cicarini riferisce che i detenuti, una volta rimessi in libertà «ci chiedono continuamente: “Dove vado a dormire?”. Le cooperative sociali fanno un grande sforzo per offrire un lavoro, ma poi, anche se trovano un impiego, dove trovano una stanza? Senza un posto dove vivere, ricominciare diventa difficilissimo».
La storia di Roberto
Nel caso di Roberto, racconta Cigarini, sono stati i volontari a cercare una sistemazione in albergo, pagando di tasca propria, quando l’uomo aveva bisogno di stare al caldo. Un aiuto temporaneo, impossibile da sostenere a lungo.
«La prima volta che si è sentito male - aveva avuto un ictus- e poi la seconda, quando è morto, a chiamare i soccorsi sono state le persone che vivevano e dormivano nel parco con lui. C’erano loro, non le istituzioni».
Per Cigarini, è qui che si misura il fallimento delle risposte pubbliche: tra competenze territoriali, fondi insufficienti e servizi che non riescono a farsi carico di chi è più fragile. «A noi interessa l’articolo 27 della Costituzione, ma oggi non si riesce ad applicarlo. Si parla di reinserimento, ma poi ci si scontra con lo stigma di chi è stato in carcere, con la mancanza di lavoro e con quella di una casa. Roberto è solouno delle tante persone che vivono la stessa situazione senza che nessuno se ne accorga».
Roberto frequentava i servizi a bassa soglia dell’associazione Porta Aperta di Modena, dalla mensa alle docce, fino all’ambulatorio medico, ed era conosciuto dagli operatori, che lo vedevano quotidianamente. «La morte di una persona vulnerabile e fragile in strada ci pone sempre degli interrogativi. Cosa si poteva fare di più? - aggiunge Alessandro Bernabei, responsabile della Casa d’Abramo, struttura gestita da Porta Aperta per ospitare temporaneamente persone senza fissa dimora - Forse considerare maggiormente lo stato di salute della persona e offrire anche un’accoglienza temporanea, come spesso si fa in queste situazioni».
Nel caso di Roberto, però l’accoglienza temporanea non sembra essere arrivata. «Per motivi che non dipendono da noi. Le conseguenze sono state quelle tragiche della morte di una persona», conclude Bernabei, auspicando una riflessione sulle risposte da garantire a chi si trova in condizioni di estrema vulnerabilità.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
