Gazzetta di Reggio

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La stagione dei misteri

Dieci anni fa l’arresto della Primula nera

Massimo Sesena
Dieci anni fa l’arresto della Primula nera

Dietro la sparatoria al Capriolo, i retroscena di una trattativa con la polizia

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REGGIO. Dieci anni fa, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1999, la polizia metteva la parola fine a una delle stagioni più inquietanti per Reggio: la stagione dei delitti che avvennero tra la fine del ’98 e i primi mesi di quell’anno. Dieci anni fa, per una notte e una mattina, Reggio sembrava essersi trasformata nel set di un film poliziesco. Con tanto di sparatoria in un locale pubblico. Dieci anni fa, dopo una sparatoria al Ristorante Il Capriolo, la polizia mise le manette ai polsi a Paolo Bellini. E dieci anni dopo, alla luce delle strabilianti confessioni del «pentito» Bellini, quello dell’arresto di Paolo Bellini assomiglia sempre più a un film. In altre parole, oggi è possibile avanzare l’ipotesi che l’arresto di Bellini altro non fu che l’epilogo di una trattativa.
Del resto, in questi dieci anni di confessioni, Bellini ha lasciato capire che alle trattative era sempre stato abbastanza avvezzo. Ma quella che dieci anni fa portò al suo arresto fu una trattativa? Tanti elementi fanno supporre di sì. Ma andiamo con ordine, ripercorrendo le ultime ore di libertà di Paolo Bellini.
E’ la sera del 3 giugno 1999: una Fiat Punto con due uomini a bordo vaga per le strade di Reggio, apparentemente senza una meta precisa. Al volante della Punto c’è Paolo Bellini, uno dei più noti pregiudicati reggiani. Al suo fianco, un altro pregiudicato, il muratore calabrese Vincenzo Vasapollo. Nella Punto c’è una «cimice» della polizia. I due parlano di delitti. Del mancato omicidio di Antonio Valerio, il pregiudicato calabrese rimasto vittima di un agguato sotto casa la notte del primo maggio. «Gli ho sparato alla testa - dice Bellini - ma quello non è morto....».
Possibile che un criminale del calibro di Bellini commetta l’imprudenza di parlare di delitti in un’auto che, peraltro - si appurerà più avanti - aveva lasciato incustodita per più di una settimana, mentre era stato all’estero per lavoro (all’epoca faceva l’autotrasportatore di frutta e verdura)? Sì - e anche questo lo insegna la storia di Bellini - se si fosse sentito braccato.
E Bellini braccato lo era davvero. In un’altra intercettazione - questa telefonica - all’indomani del tentato omicidio di Antonio Valerio, due esponenti del clan Dragone (il clan che, secondo l’accusa Bellini e i suoi complici si proponevano di annientare) danno già il responso delle indagini: «La stessa pistola... E’ stata la stessa pistola...». Tradotto: il clan Dragone sa che ad uccidere Giuseppe Gesualdo Abramo (giovane muratore diciottene, fidanzato con la figlia del boss Antonio Dragone) l’8 dicembre 1998 è stata la stessa mano che poi avrebbe fallito con Valerio.
E braccato, Bellini, lo era anche dalla polizia, se è vero che tre giorni dopo la fallita uccisione di Valerio, il 4 maggio, il vice questore Raffaele Grassi, in servizio all’epoca al Servizio centrale operativo della polizia, scrive in una annotazione di servizio: «Informo -che ho acquisito informazioni, in via confidenziale, sulle vicende che recentemente hanno insanguinato la città di Reggio Emilia. Autore del tentato omicidio di Valerio Antonio sarebbe Bellini Paolo. Quattro giorni fa (cioè il giorno prima dell’agguato, ndr) in proposito, Valerio avrebbe visto Bellini Paolo recarsi da Vasapollo Vincenzo, non dandovi il dovuto rilievo». Eppoi ancora: «il Bellini si è autodeterminato per eliminare i suoi nemici, facendosi così vendetta».
E’ questo il movente? Secondo la polizia sì: «Le ragioni per le quali il Bellini avrebbe perpetrato detto delitto - prosegue l’informativa riservata - sarebbero individuabili in diverse concause riconducibili a vicende criminali passate riguardanti il conflitto tra il gruppo Vasapollo, del quale faceva parte Bellini e il gruppo Dragone».
In un altro punto, poi, parlando della bomba al bar Pendolino, la relazione spiega che, in questo modo, «il Bellini avrebbe così vendicato l’amico Bonaccio Giulio, cutrese, pluripregiudicato, dimorante in Reggio Emilia. In merito, quest’ultimo, in occasione di una lite avvenuta in un night club della città emiliana a metà degli anni Ottanta, avrebbe ricevuto diverse coltellate dal cutrese Lucano Domenico».