Gazzetta di Reggio

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Uccise la moglie, pena ridotta a 12 anni

di Tiziano Soresina
Uccise la moglie, pena ridotta a 12 anni

Correggio: in Appello considerata prevalente sulle aggravanti l’attenuante del tentato suicidio come proposto dalla difesa

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CORREGGIO

«Le attenuanti generiche devono essere prevalenti sulle aggravanti, perché nulla può avere un peso maggiore di un uomo che, resosi conto del grave fatto commesso, tenta di farla finita. Niente può anteporsi a una volontà di autopunirsi come il suicidio: e il rimanere in vita può costituire un’ulteriore pena».

E’ questo passaggio dell’arringa dell’avvocato difensore Noris Bucchi che ieri si è rivelato decisivo nell’udienza a Bologna – in Corte d’assise d’appello – sull’omicidio di Elvira Bombara, uccisa per gelosia dal marito Salvatore Ciocia il 30 giugno 2009. La Corte ha infatti ritenuto l’attenuante del suicidio (si sparò e solo per un miracolo il vigilante non morì) come prevalente sulle aggravanti (cioè l’aver ucciso la moglie, a cui va associato il futile motivo come la gelosia e la ferocia dell’azione assassina): da qui lo “sconto” sulla condanna di ben tre anni. Quindi sono ora divenuti 12 gli anni di reclusione per il marito omicida che ieri non ha assistito al processo di secondo grado: le sue condizioni di salute sono di recente precipitate ed ora è ricoverato in un ospedale di Napoli. Se sopravviverà anche a questa crisi, l’attende una vita su una sedia a rotelle, anche se fra tre anni (cioè quando avrà scontato la metà della pena) potrà puntare alla semilibertà.

Una condanna “limata” che non era facile prevedere, visto che la nuova perizia psichiatrica disposta dalla Corte ha concluso che Ciocia era capace d’intendere e di volere quando si scagliò contro la moglie, spinto da una rabbia fuori controllo. La sentenza di secondo grado ha invece confermato il risarcimento-danni (400mila euro) disposto dal gup di Reggio per i due figli minorenni della coppia costituitisi parte civile tramite i nonni (a cui sono stati affidati dopo l’assassinio) e rappresentati in aula a Bologna dall’avvocatessa Catia Lombardo.

Era il 30 giugno 2009 quando Salvatore Ciocia - guardia giurata ai tempi 38enne - uccise la moglie Elvira Bombara (foto) di 35 anni nella loro abitazione di via Mussini 12. Nel corso di una lite, il vigilantes tramortì la moglie prendendola a pugni, poi tentò di strangolarla. Non riuscendo a ucciderla, la soffocò chiudendole la bocca e il naso con il nastro adesivo. Dopo aver assassinato la moglie, Ciocia si sdraiò sul letto accanto al corpo della donna e si sparò. Quei colpi, però, non lo uccisero e la guardia giurata rimase fra la vita e la morte per diversi giorni. Quasi cinque mesi dopo quei tragici fatti, il 17 novembre 2009, Ciocia si risvegliò dal coma e venne trasferito in una struttura carceraria nel Milanese dotata di un centro terapeutico in cui poteva continuare ad essere curato . Una destinazione restrittiva che è poi cambiata con il carcere napoletano di Poggioreale.

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