Gazzetta di Reggio

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L’uomo dai mille volti che sussurrava ai boss

di Massimo Sesena
L’uomo dai mille volti che sussurrava ai boss

Paolo Bellini diceva: "Io ho cominciato a delinquere nei lontani anni 70 e non ho mai smesso fino al maggio/giugno 1999".

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REGGIO EMILIA.

«Io ho cominciato a delinquere nei lontani anni 70 e non ho mai smesso fino al maggio/giugno 1999. Non ero, non sono mai stato pasta per oste, ma perseverare sarebbe stato diabolico».

Con queste parole Paolo Bellini ha provato a far calare il sipario sulle sue tante vite: era il 3 luglio 2002, e in Corte d’assise a Reggio si stava chiudendo il processo che - assieme a Giulio Bonaccio e Vincenzo Vasapollo - lo vedeva imputato per i delitti che insanguinarono Reggio tra il 1998 e il 1999. Invero, quella che Bellini, nella gabbia degli imputati, cerca di sminuire, è una carriera criminale che ha pochi termini di paragone.

«Sputare per terra o spararti in faccia, per lui erano due gesti che richiedevano il medesimo afflato morale» ebbe a dire un avvocato di lui durante uno degli innumerevoli processi, nei quali la sua personalità non veniva mai annientata, nemmeno dalla sbarra.

I MILLE VOLTI. Paolo Bellini è probabilmente la figura più inquietante e sanguinaria della cronaca giudiziaria reggiana. Da giovane, aiuta il padre Aldo nella gestione di una locanda alla Mucciatella, e proprio attraverso il padre inizia a frequentare ambienti dell’estremismo di destra.

Una destra, quella che frequenta e frequenterà per molto tempo Bellini, che non si limita alle scazzottate del sabato pomeriggio con i “rossi” in via Roma.

L’EVERSIONE NERA. Attraverso il padre Aldo, Bellini entrerà in in contatto con i servizi segreti deviati. E strani 007 poi, compariranno e scompariranno in diversi punti di quel romanzo noir che è la sua vita. Ad esempio quando, dopo l’omicidio di Alceste Campanile e il ferimento di Paolo Relucenti, all’epoca fidanzato della sorella di Bellini, il bandito della Mucciatella decide di cambiare aria e non solo. Va in Paraguay dove diventa Roberto Da Silva, nome con il quale ritorna in Italia, anni dopo. Ma nei suoi piani non c’è un cambio di vita radicale. In quegli anni Bellini alias Da Silva frequenta un gruppo di ladri specializzati in opere d’arte: con alcuni di loro, qualche anno dopo chiuderà i conti. Alla sua maniera, uccidendoli. A metà degli anni 80, Roberto Da Silva finisce in carcere con l’accusa di aver ucciso un mobiliere di Firenze durante uno dei colpi della banda.

AL SERVIZIO DEI BOSS. Sarà lì, in quel processo dal quale verrà clamorosamente assolto che Bellini si spoglierà dell’identità di Da Silva. In carcere, Bellini continua la sua doppia vita: fa amicizia con boss mafiosi, ne conquista la fiducia e al tempo stesso riesce a farsi inserire una prima volta nel programma di protezione riservato ai pentiti. Poi ne esce e diventa protagonista dei fatti che insanguinarono Reggio tra il 98 e il 99.

«Per la mafia - dirà ai giudici - ho fatto il killer, il manovale». Un peccato di modestia: in realtà, come dimostrano gli atti dell’inchiesta nata dalle dichiarazioni di Lea Garofalo, Bellini ha sempre fatto di testa sua.

Anche quando era al soldo dei boss, anche questi gli ordinavano di uccidere Tizio o Caio, lui lo faceva soltanto se gli conveniva in quel momento. Accade - si legge nell’ordinanza dei 17 arresti eseguiti dai carabinieri - per l’omicidio di un falegname di Cutro.

E accadde nel 1998 quando Vasapollo e Bonaccio gli consegnarono una bomba per far saltare in aria il bar Pendolino, all’epoca frequentato da molti esponenti del clan Dragone. Bellini finge di obbedire. Ma qualche giorno prima dell’agguato, in uno spiazzo aperto dalle parti delle colline di Albinea, prova quell’ordigno. «Era troppo potente, e così, siccome era un ordigno rudimentale, ne feci uno uguale, ma con meno esplosivo».

Il risultato non fu la strage che forse volevano i mandanti, ma una serie di feriti in modo lieve, come invece voleva Bellini.

E alla luce dei rapporti con Valerio - anche questi venuti alla luce nell’ordinanza - è suggestiva l’ipotesi che quella sera di fine aprile, Bellini non abbia ucciso Valerio per scelta.

Bellini è uscito dal programma di protezione a metà degli anni 2000. Ma è rimasto un testimone chiave per il processo sulle stragi del 1993: a quell’epoca era in carcere e frequentava i boss di cosa nostra. Come Antonino Gioè, l’uomo del telecomando con cui fu fatto saltare in aria Giovanni Falcone: «Se ammazzi un magistrato - gli disse - ne troverai sempre uno più incazzato di colui che hai fatto fuori. Se butti giù la Torre di Pisa allora sì che lo Stato ti deve ascoltare».

massimosesena

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