«Non è provato che sparò Fontanesi»
Delitto Rombaldi: per i superperiti arma e proiettili del delitto non collegati. Dubbi del pm, chiede l’uso di un nuovo sistema
Non vi sono elementi per dire con certezza che fu la Smith & Wesson calibro 38 special posseduta dall’ex vigile Pietro Fontanesi a sparare – quasi ventidue anni fa – al chirurgo Carlo Romabaldi.
Insomma, dopo sei mesi di lavoro, i tre superperiti (Claudio Gentile, Martino Farneti e Gianfranco Guccia) nominati dalla Corte d’assise sono arrivati alla stessa conclusione della perizia esposta in aula nel luglio scorso da Matteo Donghi (responsabile del reparto balistica del Ris di Parma) a cui i giudici avevano affidato la prima consulenza.
Conclusioni arrivate in un’udienza che, in un clima molto teso associato ad un silenzio quasi religioso, si è snodata per tutta la giornata, facendo segnare un “punto” non indifferente a favore dell’imputato e del suo pool difensivo (gli avvocati Giancarlo e Giovanni Tarquini con i relativi consulenti tecnici). Un’udienza molto partecipata (non poco il pubblico presente, fra cui anche la classe quinta “A” del Polo scolastico europeo, accompagnata dalla professoressa Tatiana Vivino), su cui s’è concentrata anche una troupe di “Chi l’ha visto?”, con il giornalista di Rai3 Massimo Terranova che ha intervistato, in aula, diversi protagonisti del cold case (il servizio andrà in onda nelle prossime settimane). Nella loro lunga esposizione e in un serrato incrocio di domande, i tre esperti hanno detto parecchie cose. Intanto che uno solo dei sei proiettili dell’omicidio si è rivelato in condizioni tali da poter essere comparato durante la perizia con i proiettili-test esplosi con l’arma “incriminata”. Poi che l'interno della canna non è stato dolosamente modificato: un intervento con un qualche oggetto metallico all'interno della canna avrebbe modificato le impronte microscopiche che la sua rigatura lascia sui proiettili, ma avrebbe anche lasciato tracce della sua “brutalità".
Inoltre – con l’ausilio di una lunga proiezione sullo schermo di fotografie digitali – che non vi è corrispondenza nelle macrostriature sui proiettili del delitto e su quelli sparati come test, mentre le corrispondenze di microstriature ci sono e quelle notate dal collegio dei periti sono paradossalmente in numero maggiore di quelle indicate dalla Scientifica di Roma (che ha eseguito gli accertamenti balistici per la procura), ma sono troppo poche per poter essere considerate significative. Quindi, scrivono i tre periti, confrontando un proiettile del delitto con uno sparato per il confronto, "non abbiamo trovato elementi sufficienti per ipotizzare un'equiprovenienza dall'arma in discussione, e ciò nonostante che si siano rinvenute alcune coincidenze casuali”. Gentile, cioè il perito che si è sobbarcato principalmente il compito di illustrare il lavoro svolto, ha rimarcato più volte che quello del perito balistico è un lavoro di tipo artigianale, le cui conclusioni non hanno la stessa validità di una legge scientifica: e questo anche se è per effetto di una legge scientifica che la rigatura, più dura, lascia la sua traccia sul piombo, più morbido. Le conclusioni alle quali un perito arriva, o non può arrivare, dipendono dalla sua esperienza, dall'interpretazione ragionata di queste tracce. Ovviamente seguendo metodologie precise, e in confronto con altri esperti. Conclusioni “aggredite” dal pm Maria Rita Pantani (con a fianco due nuovi consulenti tecnici sui tre nominati) con un autentico fuoco di fila di domande che subito hanno messo sotto torchio la professionalità dei tre esperti (nel mirino titoli di studio, pubblicazioni scientifiche redatte e numero di comparazioni balistiche effettuate nell’ultimo anno), rivelando poi che il proiettile più significativo dell’omicidio è stato danneggiato («E’ vero, c’è un graffio – la risposta di Gentile – ma non ha modificato nulla, non è significativo»).
Infine il pm Pantani ha avuto molto da ridire sull’illuminazione utilizzata per mettere in rilievo le microstrie, chiedendo – sulla scia dell’articolata esposizione fatta nel pomeriggio dai “suoi” consulenti della Scientifica di Roma – che sui reperti venga usato un nuovissimo sistema tridimensionale ad alta definizione. Sono stati insinuati nuovi dubbi? Sul punto la Corte si è riservata. Si torna in aula il 14 aprile per una nuova “puntata” su periti e consulenti.
