Gazzetta di Reggio

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Il finto disperato che chiedeva il pizzo

di Tiziano Soresina
Il finto disperato che chiedeva il pizzo

Dai domiciliari al carcere l’imprenditore calabrese che aveva minacciato il commercialista: il suo era un vero business

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S’aggrava e non poco la posizione dell’imprenditore edile 47enne Alfonso Iembo, dal 18 febbraio nei guai per quanto commesso ai danni del commercialista Mauro Macchiaverna con in pugno una Beretta calibro 38 con il colpo in canna.

Il costruttore – originario di Cutro – da martedì è tornato nuovamente in carcere, secondo quanto disposto dal gip di Bologna.

Un’ulteriore misura restrittiva (dopo una ventina di giorni di cella, il 47enne aveva ottenuto gli arresti domiciliari) che “dice” parecchie cose. Innanzitutto che il fascicolo d’inchiesta dalla procura di Reggio (indagava il pm Valentina Salvi) e andato, per competenza, all’Antimafia di Bologna. Ed è stata proprio la procura distrettuale – poggiando sulle risultanze investigative del nucleo operativo dei carabinieri di Reggio – a richiedere il nuovo arresto perché ritiene Iembo coinvolto in una più complessa attività delittuosa rivolta anche ad altri esponenti dell’imprenditoria reggiana, al centro di telefonate intimidatorie. Indagini più approfondite hanno rivelato che l’imprenditore edile avrebbe agito con alcuni complici (al momento, però, non vi sarebbero altri indagati) per mettere sotto pressione più professionisti reggiani. Insomma non un caso “isolato” quello del 18 febbraio e l’Antimafia non ritiene credibile e provata la versione data da Iembo, cioè di imprenditore messo in ginocchio dalla crisi che non riesce nemmeno a pagare le cure alla figlia 17enne seriamente malata.

Il 47enne, fra le lacrime, aveva rimarcato nell’interrogatorio di garanzia d'aver perso la testa perché l'idea di non poter aiutare concretamente la figlia lo tormentava ormai da giorni e giorni. Fallita la sua ditta più importante (Edilizia Reggiana srl), nemmeno il ridimensionamento fondando un'azienda individuale l'aveva risollevato, in quanto non avrebbe più commesse dal mondo cooperativo con cui aveva sempre lavorato. Senza soldi per le medicine, avrebbe rischiato il tutto per tutto minacciando il commercialista sia per farsi consegnare quei tremila euro (fra contanti e assegni) necessari per far ripartire subito le cure della figlia 17enne, sia per ottenere una lettera di patronage che gli permettesse di recarsi in banca a chiedere un'apertura di credito (con lo stipendio dell'altra figlia come garanzia).

Per l’Antimafia, invece, intimidazioni ed estorsioni sono il suo pane quotidiano. Oggi in carcere alla Pulce incontrerà l’avvocato difensore Romano Corsi, in vista del nuovo interrogatorio di garanzia previsto per i prossimi giorni.

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