Gazzetta di Reggio

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In libreria i primi 90 anni di Eugenio Scalfari

di Alessandro Corbi
In libreria i primi 90 anni di Eugenio Scalfari

Esce in questi giorni “Racconto autobiografico” in una coedizione Repubblica, l’Espresso ed Einaudi

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di Alessandro Corbi

L’avventura di alcuni uomini, per la ricchezza degli incontri, delle passioni e delle prove che hanno dovuto affrontare, è una conoscenza importante per capire quello che siamo stati e quello che siamo diventati. E’ il caso del “Racconto autobiografico” di Eugenio Scalfari, scritto allo scadere dei suoi novant’anni per un Meridiano a lui dedicato, e che esce ora in libreria e in edicola in una coedizione Repubblica, l’Espresso ed Einaudi. Un’educazione sentimentale che prende le mosse dai primi anni a Civitavecchia e si snoda fino ai giorni nostri attraverso le sue esperienze giovanili e poi professionali, raccontando dei suoi grandi amori e delle amicizie che lo hanno segnato, delle battaglie che ha combattuto e degli uomini, della politica e dell’economia, che più hanno inciso nella storia italiana degli ultimi settant’anni.

Scalfari parla a lungo e descrive per averli conosciuti a fondo i grandi personaggi che, nel bene e nel male, hanno segnato la storia del dopoguerra. Da Pertini a La Malfa, da Moro a Berlinguer, da Andreotti a Craxi e Cossiga. E poi Enrico Mattei e Eugenio Cefis, Gianni Agnelli e Guido Carli, e tanti altri.

Nato il 6 aprile del 1924, Scalfari è figlio unico, la sua famiglia paterna è calabrese, il bisnonno materno è nato a Procida. Il padre combatte nelle trincee della Grande guerra, poi diserta e segue a Fiume Gabriele D’Annunzio. La mamma, una donna malinconica, non ha mai dimenticato la morte del proprio padre. I due “non si erano mai veramente amati…e fu l’amore per me che li tenne uniti finchè vissero”. Nel 1933 la famiglia si trasferisce a Roma.

Al liceo Mamiani la materia preferita da Eugenio è la storia antica, i ragazzi si dividono tra tifosi di Ettore e di Achille. Prevaleva Ettore, che non godeva dell’inviolabilità di Achille. Scalfari è un piccolo balilla, la divisa il suo orgoglio. Nel luglio del 1938 la famiglia, causa gli scarsi affari del padre, si trasferisce a Sanremo. E lì, al liceo Cassini, tra le colline terrazzate e gli scorci della costiera di ponente, nasce e diventa consapevole la sua ricerca personale. In classe con lui, seduto al suo banco, un altro grande uomo del secolo scorso. Italo Calvino, un “rapporto essenziale, perché il nocciolo del nostro modo si pensare e di sentire ce lo formammo insieme…”.

Ma scoppia la guerra, il padre viene richiamato, e Scalfari torna a Roma, a studiare giurisprudenza. Le prime esperienze da giornalista al settimanale del Guf (Gruppo universitario fascista) dal quale venne poi espulso. “Io ero fascista. Ero cresciuto nel fascismo come tutti i giovani della mia età…” .

La guerra è perduta, i nazisti sono ancora a Roma, Scalfari non si presenta alla leva, è costretto, pena la morte, a nascondersi nella Casa del Sacro Cuore. Dopo la guerra la prime esperienze di lavoro, come direttore di una casa da gioco, poi in banca, e l’amore per la scrittura, che lo porterà alla corte di Pannunzio, alle amicizie e al sodalizio con gli intellettuali e i politici azionisti. Comincia a collaborare al Mondo. Il suo maestro in quelli anni e Arrigo Benedetti, che lo forma come giornalista. “Non ho capito”, e allora Scalfari riscrive l’articolo e impara l’arte di farsi capire da tutti. Ma il salto avviene pochi anni dopo.

Costretto a lasciare la Bnl, Eugenio è ormai un giornalista a tutti gli effetti.

Inizia, con Benedetti e con un giovane editore, Carlo Caracciolo, a progettare la fondazione di un giornale. Conosce Adriano Olivetti, e con i suoi finanziamenti nasce l’Espresso (i soldi per fare un quotidiano non bastavano). Quel settimanale, formato lenzuolo, in pochi anni riesce con le sue battaglie a scalfire la corteccia di una società conservatrice dominata in politica dalla Democrazia cristiana. Scalfari, nel 1968, è tentato dalla politica, viene eletto nelle fila del partito socialista. Non rieletto, torna a lavorare, come amministratore delegato, all’Espresso e a riprogettare la nascita di un quotidiano. Repubblica inizia le pubblicazioni nel 1976 e per venti anni sarà guidato da Scalfari.

Una fase epica, come fu quella dell’Espresso, in cui il quotidiano, dopo una fase iniziale incerta nelle vendite e nella linea editoriale, trova finalmente un baricentro che in pochi anni lo farà diventare il primo quotidiano italiano con il Corriere della Sera, punto di riferimento dei riformisti e progressisti italiani. Repubblica, con il suo nuovo modo di intendere il giornalismo, la settimanalizzazione del quotidiano, incide nel corso della politica più di quanto si immagini.

Dopo venti anni di direzione Scalfari decide di lasciare la direzione a un giovane. Deve avere lo stesso sentire del fondatore.

Lo individua in Ezio Mauro, con il quale perdura un sodalizio professionale e di amicizia. Lui si può dedicare agli editoriali e soprattutto alla scrittura di libri, la passione degli ultimi anni, “un viaggio dentro me stesso”, quel viaggio iniziato sui banchi di scuola e che ancora continua.