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Il “Principe” Vandelli si esibisce al Matterello dal beat alla disco

Adriano Arati
Il “Principe” Vandelli si esibisce al Matterello dal beat alla disco

L’instancabile artista modenese 70enne fondò l’Equipe 84 «Mi piace sperimentare cose nuove e amo i Daft Punk»

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RUBIERA

Un pezzo di storia della musica italiana. Non è esagerato definire così Maurizio Vandelli, fondatore dell’Equipe 84 che sabato (ore 21) si esibirà al Matterello, in un concerto acustico: costo di cena più spettacolo, 25 euro a persona. Info: www.matterello.it/Contatti.

Il 70enne Vandelli, modenese doc, ha iniziato giovanissimo a suonare, fondando a 18 anni l’Equipe 84, con cui ottiene un enorme successo in Italia, interpretando fra le altre “Auschwitz” di Francesco Guccini e “29 settembre” di Battisti e Mogol. È stato uno dei grandi protagonisti del periodo beat, e da allora ha proseguito la sua attività fra album solisti, collaborazioni di prestigio e progetti di musica da discoteca. Anche se il ricordo spinge sempre ai giorni gloriosi degli esordi. Vandelli, nel suo cammino ha incontrato alcuni dei colossi della musica del ’900. Nel 1962 a Londra, fu spettatore alle prove di “I saw her standing there” dei Beatles.

Cosa ricorda di quei momenti?

«Ho un ricordo successivo. Anni dopo ho suonato con John Lennon in una festa a casa di amici, una jam session improvvisata con strumenti etnici del proprietario della casa e a un certo punto una donna ha iniziato a urlare e io: “Chi è sta stronza che urla?!”. E John Lennon: “È mia moglie”. Era Yoko Ono».

Non male. E oggi? Maurizio Vandelli significa dire Equipe 84. A decenni di distanza, è un accostamento che la infastidisce?

«No, certo è la mia storia per cui non la rinnego, ho fatto pezzi straordinari con l’Equipe 84, anche se poi ho realizzato altri progetti musicali».

Sente il peso di quello che ha fatto, o è uno stimolo ulteriore ad andare avanti e proporre cose nuove?

«Nessun peso, il mio passato fa parte del mio presente e del mio futuro. Mi sento di sperimentare, non ascolto la musica del passato, ma mi piacciono cose nuove, musica moderna. Oggi i miei preferiti sono i Daft Punk».

Cosa ricorda degli esordi, nella ricca scena modenese e reggiana? E degli anni d’oro, fra ’60 e ’70?

«Ce ne sarebbe da dire, sto scrivendo un libro, non sono nemmeno a metà e sono a pagina 500».

Addirittura? Così tanto da raccontare?

«Modena era una città di avanguardia, influenzata da arte e cultura e noi artisti stavamo tutto il giorno nel Bar Grand’Italia dove cercavamo la formula per vivere senza fare niente. C’erano personaggi come Bonvicini e altri, che poi hanno avuto successo a quell’epoca».

Una curiosità, per concludere. Lei è conosciuto come il “Il Principe”. Perché?

«Ho dei dubbi sull’origine. Mi chiamavano così per non dirmi ben di peggio. Nella Modena degli anni ’60, influenzata dal fenomeno beat, quando ho iniziato ad avere successo ero molto invidiato. Ho poi assunto anche lo pseudonimo di Key of Dreams e Page 2».