Le sere con Berlinguer «Giocavamo a carte»
Il reggiano Giannetto Magnanini ha condiviso con il segretario del Pci anni di impegno politico instaurando un grande rapporto personale
REGGIO. Nel buio delle sale cinematografiche molti hanno pianto di fronte alle immagini strazianti dell'ultimo comizio e dei funerali oceanici del segretario del Pci, riprese da Walter Veltroni nel film documentario "Quando c'era Berlinguer".
Giannetto Magnanini, che di Berlinguer era quasi coetaneo e gli fu amico, oltre che compagno, le ha rivissute con autentico struggimento, assistendo alla proiezione a Mestre, dove abita da alcuni anni.
Che impressione le ha fatto questa pellicola?
«Mi sono molto commosso. Ho rivisto con grande partecipazione cose e vicende che conoscevo e ho scoperto un particolare che mi era ignoto: il fatto che Berlinguer a 14 anni avesse perso la madre e fosse stato molto colpito dalla sua mancanza. Nel film lo riferisce la figlia Bianca. Enrico era estremamente riservato, un po' orso, e non me l'aveva mai detto, anche se io stesso sono orfano di entrambi i genitori».
Quali scene l'hanno scossa di più?
«Quelle del malore mortale che lo colse a Padova. Ci fu un colpevole ritardo nel soccorrerlo. Anzichè portarlo subito in ospedale lo condussero in albergo. E' ben visibile la gravità del suo stato nelle lunghe sequenze che il documentario dedica alle ultime parole pronunciate dal segretario del Pci».
Quando ebbe modo di conoscere Berlinguer?
«Lo conobbi nel 1945 dopo la Liberazione, quando lui era responsabile a livello nazionale dei giovani comunisti organizzati nel Fronte della Gioventù».
Come lo ricorda?
«Era un giovane strano, molto serio e rigoroso. Aveva una chioma sempre scapigliata. Una volta venne a Reggio e io lo portai a farsi tosare e pettinare in via Toschi, sotto alla Federazione del partito comunista. Il barbiere gli chiese come volesse la capigliatura. Lui non espresse preferenze e gli lasciò fare il taglio che gli paresse più adatto».
Ebbe modo, poi, di approfondire la sua conoscenza?
«Ne ebbi l'occasione fra il 1953 e il 1956, quando lavorai a Roma nella segreteria nazionale della Fgci, di cui Berlinguer era presidente. Ricordo la prima riunione, nella quale mi affidò una grande mole di compiti importanti, fra cui quelli relativi alla gioventù lavoratrice e al Meridione. Aveva soltanto quindici mesi più di me, ma mi incuteva soggezione per le sue straordinarie doti intellettuali e politiche».
Fu sempre una collaborazione fattiva e armoniosa?
«In tre anni fra di noi ci fu solo uno scontro. Fra gli altri, avevo l'incarico di curare i rapporti con il Fronte mondiale della Gioventù. Mi capitava di telefonare spesso a Budapest, dove risiedeva il nostro Bruno Bernini. Provocai, con un malinteso, un vero e proprio incidente. Berlinguer me lo fece notare. Mi giustificai dicendo che avevo fatto solo la quinta elementare e per telefono mi toccava anche parlare in francese. Lui si limitò a rimproverarmi perché non gli avevo detto d'avere commesso un errore. In effetti non avevo avuto il coraggio di confessarglielo».
Quindi Berlinguer non era severo come molti lo descrivono.
«Era un uomo rigoroso, ma con me si dimostrava amico più che con gli altri compagni. Alla domenica andavamo insieme allo stadio Olimpico. Mi veniva a prendere alla fermata del tram e mi prendeva a braccetto. Ricordo un suo commento molto competente a un gol di Silvio Piola. Mi sfotteva perché la Reggiana, allora, era l'ultima del campionato».
Aveva altri passatempi?
«Al sabato sera veniva a giocare a carte a casa mia. Era molto bravo, io una schiappa. Gli piaceva anche la vela. Un giorno lo accompagnammo all'isola del Giglio, dove comprò un barcone. Eravamo sette o otto compagni, fra cui Alessandro Curzi. Ci fece salire per condurci verso Montecristo. Lungo il tragitto, però, il mare s'ingrossò e lui dimostrò un'abilità straordinaria nel manovrare per ritornare al Giglio. Là passammo la notte in un casolare. C'era con noi un romano che intonò uno stornello. Lui andò avanti a lungo a rispondergli. Gli piaceva scherzare e ridere».
E' un ritratto che contrasta con l'immagine seriosa e austera che ci è familiare.
«In effetti Berlinguer cambiò, quando negli anni Settanta assunse la guida del Pci. Allora lo incontrai davanti alla sede di Botteghe Oscure. Mi portò a cena con lui e m'invitò ad andarlo ancora a trovare. Un compagno di Firenze mi disse che aveva fatto una metamorfosi. Era il periodo in cui stava scrivendo il saggio sul compromesso storico».
Qual era il suo metodo di lavoro?
«Era pignolo, esigeva molto, ma sapeva ascoltare. Da segretario della Fgci voleva che si facesse il verbale di ogni riunione. Dopo trenta giorni ci riconvocava per controllare l'esecuzione delle decisioni prese. Io non riuscivo mai a portare a termine i miei molteplici incarichi. Mi guardava serio serio. Mi chiamava a Fregene per preparare gli interventi al comitato centrale della Fgci e in quelle occasioni ascoltava il parere mio e degli altri».
Veltroni riporta diverse testimonianze sull'attività del Pci e sulla storia di quegli anni. Le apprezza?
«Non mi sono piaciute quelle del socialista Claudio Signorile e del reggiano Alberto Franceschini, ex leader delle Brigate Rosse, che parla a lungo del terrorismo».
Che cosa è rimasto dell'esempio e dell'insegnamento di Enrico Berlinguer nell'attuale vita politica?
«Mi capitava di dire: un uomo del Settecento non capirebbe il mondo moderno. Ora anche a me capita di non comprendere il mondo in cui viviamo. Non vedo un orizzonte, mentre un tempo gli uomini politici sapevano indicare mete e obiettivi».
Lei condivide la nuova legge elettorale, l'Italicum?
«Non sono d'accordo. Sono favorevole al sistema proporzionale puro. Anche una lista con il 3% deve essere rappresentata in Parlamento. Tagliare fuori milioni di elettori è veramente un errore».
