Gazzetta di Reggio

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Fecondazione eterologa: «Mai più all’estero per avere un figlio»

di Chiara Cabassa
Fecondazione eterologa: «Mai più all’estero per avere un figlio»

Serena e Armando nel 2012 sono stati costretti ad andare in Spagna per un’eterologa: «Ma non siamo genitori di serie B»

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SCANDIANO (Reggio Emilia)

Francesca e Viola, un anno e sette mesi, dormono tranquille sullo stesso passeggino. Bellissime, e desideratissime. Perché se la gravidanza è durata i nove canonici mesi, per mamma Serena e papà Armando la gestazione è durata in realtà molto di più. Dalla ricerca di un figlio alla diagnosi di “azoospermia”, dal crollo psicologico alla rinascita, dal bombardamento di informazioni alla concentrazione sul proprio obiettivo. E nel mezzo visite su visite, analisi su analisi, delusione dopo delusione. E persino un percorso iniziato e concluso per diventare genitori adottivi. Fino alla scelta finale: ricorrere alla fecondazione eterologa. In Spagna.

Anche Simona Carletti, 32 anni, e il marito Armando Malmusi, 46, residenti a Scandiano, in questi giorni hanno visto cadere il divieto di fecondazione eterologa stabilito dalla Corte Costituzionale che è andata a “ritoccare” la legge 40. «Dando una speranza - ci dicono - a migliaia di coppie che da oggi non dovranno più emigrare , e pagare, per potere avere un figlio, per poi sentirsi un po’ fuorilegge o genitori a metà una volta tornati in Italia». «Siamo andati a convivere nel 2002 - riannoda il filo dei ricordi Serena - e, come ogni coppia che lo desidera, abbiamo iniziato a mettere in cantiere un figlio. Che dopo tre anni non era ancora arrivato. Ogni ciclo una pugnalata... E io che avevo iniziato a passare le notti al computer andando su ogni sito e partecipando ad ogni forum dove si parlasse di fecondazione assistita». Poi la decisione di sottoporsi ai canonici esami per capire il perché di quel figlio che non arriva. «Tanti medici, visite a non finire - ricorda Serena - praticamente anni persi tra un ma e un forse fino al nostro approdo all’ospedale Humanitas di Milano e all’incontro con il dottor Benaglia: ha sottoposto mio marito alla Tese (testicular sperm extraction) e la diagnosi è stata di quelle definitive. Azoospermia. A quel punto, il dottor Benaglia ce lo ha comunicato con una grande umanità ma anche con estrema chiarezza: in Italia non avremmo potuto fare niente per avere un figlio. Ci ha chiesto cosa pensavamo di fare, e gli abbiamo parlato della Spagna. Ci ha fatto capire che era il posto giusto».

Ma nel frattempo Serena e Armando, compiuto l’iter per l’adozione avevano ottenuto l’idoneità. «Sarà stato il destino - racconta Armando - fatto sta che mentre le coppie che avevamo incontrato durante il corso avevano già parlato con psicologi e assistenti sociali, noi non eravamo stati contattati... Abbiamo poi scoperto, andando all’Ausl, che la nostra cartella era andata perduta». «Mi ricordo perfettamente il momento - prosegue Serena -. Era l’agosto del 2011 ed eravamo al mare. Sotto l’ombrellone, a un tratto, ci siamo guardati e abbiamo pensato la stessa cosa. Adesso basta». Serena e Armando decidono quindi di rivolgersi alla clinica “Institut Marquès” di Barcellona. «Abbiamo preso contatto con la clinica e nel settembre 2011 c’è stato il primo contatto via Skype. Abbiamo mandato tutti gli esami fatti in Italia e, dopo averli esaminati, i medici ci hanno fatto avere i farmaci e il programma da seguire. I tempi potevano essere più stretti, ma siamo stati noi a decidere di andare in Spagna a gennaio, per problemi di lavoro. Siamo arrivati a Barcellona il 2 gennaio, il 5 mi sono stati trasferiti due embrioni, e l’8 siamo tornati a casa. E’ stata come la seconda luna di miele».

La scelta, in realtà, rimanendo in ambito eterologo, era tra embriodonazione e embrioadozione: Serena e Armando hanno scelto la seconda. Perché? «Perché se il seme non poteva essere il mio, Serena ha deciso che anche l’ovulo non doveva essere il suo». «Anche il momento dell’impianto degli embrioni - racconta Serena - è stato un turbine di emozioni, non qualcosa di freddo e algido come si potrebbe pensare. Avevo mio marito accanto, e l’emozione è stata forte. Ci hanno fatto vedere al microscopio gli embrioni, quattro cellule ognuno, ma erano già Francesca e Viola». Ma le emozioni non erano finite. «Gli embrioni avrebbero attecchito? Si sarebbero regolarmente sviluppati? Quando ho saputo che entrambi stavano crescendo dentro di me ho provato una sensazione indescrivibile di felicità... fortissima. A quel punto volevo assolutamente che i bambini fossero due. Erano già i nostri bambini».

Francesca e Viola aprono gli occhi, si fanno sentire, e ottengono quello che vogliono: Francesca in braccio al papà e Viola sulle ginocchia della mamma. «Il messaggio che vogliamo trasmettere - dice Serena - è che noi siamo genitori e questi sono i nostri bambini. Cosa c’è di innaturale? E dov’è l’accanimento? E’ più padre un uomo che dona uno spermatozoo o un uomo che sta vicino alla moglie mentre riceve gli embrioni?». Quando saranno grandi, Francesca e Viola sapranno? «Abbiamo già iniziato a raccontare loro la verità attraverso le favole. La psicologa ci ha insegnato come fare... Non si sentiranno per questo figli meno amati, anzi».

E ora non sarà più necessario affrontare i viaggi della speranza. «Noi ci riteniamo fortunati - raccontano Serena e Armando - al primo impianto ce l’abbiamo fatta e tra transfer e farmaci abbiamo speso 3.500 euro. Anche se per pagare siamo dovuti ricorrere ad un anticipo del Tfr... Ma c’è chi spende fino a 12mila euro. Non è giusto. Tutti hanno il diritto di fare un tentativo, di provarci. La procreazione non è altro che una cura per una malattia, la sterilità. E fino ad oggi, in Italia, vietare l’eterologa è stato come mettere la testa sotto la sabbia. Chi poteva andava all’estero portando soldi fuori dal paese e intanto, in Italia, è stato alimentato un vero e proprio mercato nero di gameti».

Francesca e Viola iniziano a spazientirsi, il parco le aspetta. E per parlare di “cose serie”, davanti hanno una vita intera.

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