Gazzetta di Reggio

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«Pertini mi insegnò a vivere per una fede»

di Chiara Cabassa
«Pertini mi insegnò a vivere per una fede»

Il cognato Umberto Voltolina a Poviglio per lo spettacolo sul Presidente «Si fece quindici anni di galera ma non rinnegò mai le sue scelte»

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REGGIO EMILIA

«Sii sempre, in ogni circostanza e di fronte a tutti, un uomo libero e pur di esserlo sii pronto a pagare qualsiasi prezzo». Così il 15 dicembre 1958 Sandro Pertini scriveva al cognato Umberto Voltolina, fratello della moglie Carla, in una lettera di risposta alle sue domande di diciottenne sui doveri dell'uomo e del cittadino. Una lettera pubblicata per la prima volta ad apertura del libro intitolato “Gli uomini per essere liberi”, così come il fortunato spettacolo diretto da Gianni Furlani andato in scena ieri sera al Kaleidos di Poviglio alla presenza dello stesso Voltolina, oggi presidente della Fondazione “Carlo Pertini” fortemente voluta da Carla Voltolina Pertini.

Voltolina, qual è il suo primo ricordo di Pertini? «Ho un vago ricordo di Pertini insieme a mia sorella quando ero ancora un bambinetto con i calzoncini corti e lui era già una persona importante. Poi crescendo ho continuato a vederlo come un uomo assolutamente speciale. Forse per questo, a 18 anni appena compiuti, curioso ma anche intimidito, gli scrissi una lettera nella quale gli chiedevo sostanzialmente il perché di una scelta di vita così difficile, a partire dai 15 anni di prigione alle torture subìte al fatto che non avesse mai piegato la testa».

E Pertini le rispose? «Lo fece e con grande generosità. Quella lunga lettera la conservo come una sorta di testamento spirituale. Ad un certo punto, parlando della sua prigionia, mi confidò che ebbe un solo attimo di sconforto. Non aveva ancora trent’anni, e si trovava rinchiuso in una cella di sicurezza, in assoluto isolamento, al carcere di Pianosa: una mattina udì le campane di Ventotene e sentì il profumo di ginestre, poi giunse un canto d’amore che si levava da una barca di pescatori. E gli prese come un capogiro, come un dolore per quella vita dalla quale era escluso. E per un attimo pianse e maledì la sua scelta. Ma fu un attimo: si strinse la testa tra le mani, si buttò un po’ d’acqua gelata sul volto e si disse: «Non fare il cretino, Sandro, non lasciarti cogliere dalle nostalgie». Perché, come mi scrisse in quella stessa lettera, se in carcere ci stai per un reato comune, la galera è orrenda. Se invece ci stai per una fede politica e sai di rappresentare un simbolo, ecco: la tua giornata ha un senso e la tua cella non è più buia».

L’insegnamento più grande? «Pertini, la prima volta fu in quella lettera, mi indicò la strada dicendomi che dovevo avere una fede, non importava quale. Che l’importante è accedere ad un ideale forte, qualunque esso fosse. La sua, mi disse, era la fede nella libertà, una fede che non aveva mai tradito. Ma due erano i principi della sua fede: la libertà e la giustizia sociale. Perché secondo Pertini non ci poteva essere libertà senza giustizia sociale e non poteva esserci giustizia sociale senza libertà. “Io - diceva - non posso accontentarmi di una libertà in senso astratto, cioè della libertà di parlare e di scrivere... Ma come è possibile che certi dirigenti statali vadano in pensione con un milione e mezzo al mese mentre altre categorie ci vanno con trenta e anche quindicimila lire? Che me ne faccio della libertà con quindicimila lire al mese?”».

Quando e come vi frequentavate quando Pertini aveva già assunto cariche importanti a Roma? «Quando veniva a trovarci a Milano, arrivava in treno e io lo andavo a prendere alla stazione. Un giorno, era presidente della Camera, arrivò a Milano accompagnato da un poliziotto che aveva il compito di non perderlo di vista. Ma Sandro, poco incline a farsi “controllare”, disse al poliziotto che poteva andare a casa e mangiare con la sua famiglia, tanto lui si trovava a Milano come semplice cittadino... Il poliziotto telefonò a chi di dovere e a Pertini arrivò subito la chiamata del questore Guida che gli chiese cosa intendesse fare quel pomeriggio. Sandro gli rispose che avrebbe fatto un riposino poi sarebbe andato con l’autobus 61 a piazza San Babila. Il questore inorridito iniziò a inveire ricordandogli che era pericolosissimo andare in quella piazza presidiata da fascisti. Allora mio cognato, che aveva un caratteraccio e quando era il momento lo tirava fuori, iniziò a urlare più forte del questore e gli disse: “Io ho frequentato San Babila nel ’44 quando c’erano le SS, e lei mi dice che devo avere paura perché ci sono i fascisti? Lei ha proprio sbagliato mestiere”. Al pomeriggio andammo in San Babila e a seguirci c’erano decine di poliziotti in borghese... Ma Sandro non se ne accorse. Era troppo felice».

Così come le sue fughe in val Gardena... «Già. Generalmente era ospitato in una foresteria dei carabinieri. La prima volta che andò, il personale della sicurezza si distrasse un attimo e Pertini non si trovava più. Aveva preso un autobus ed era andato nel paese vicino: lo trovarono in un bar, tra la gente, felice e spensierato. Amava i bagni di folla: non era vanitoso ma adorava sentirsi amato».

Spesso in montagna andava con Papa Giovanni Paolo II. Cosa li univa? «La grande fede e un profondo culto per le rispettive madri: Sandro ha sempre detto di dovere tutto alla mamma, donna religiosa ma non bigotta. Quando si incontrarono, tra lui e il Papa scattò un feeling speciale. Le loro gite in montagna erano molto simili alle scappatelle di due collegiali...».

E se Pertini vedesse cosa sta succedendo oggi in Italia? «Soffrirebbe molto. La classe politica di allora poteva contare su grandi nomi: da Nenni a Moro, c’erano ancora dei punti di riferimento. Eppure anche quelli erano anni brutti: le bombe, gli attentati, i funerali, le Br, i primi scandali della politica. Ma da Gramsci, che conobbe in carcere, Pertini aveva mutuato “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”. Soffrirebbe quindi ma direbbe di nuovo “ne usciremo” perché avrebbe ancora quella grande fiducia nei giovani che non l’ha mai abbandonato. “I giovani - lo ha sempre detto ad alta voce - possono cambiare il mondo”».

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