L’AGGUATO DI COVIOLO Il pm: «Condannate Renato a 12 anni»
Replica a sorpresa della difesa: «Non c’entra, è una vicenda di mafia e Lombardo sa chi gli ha veramente sparato»
REGGIO
La sentenza sul tentato omicidio del costruttore 66enne Vito Lombardo verrà emessa fra due settimane, ma ieri nell’aula – per oltre sei ore gremita come al solito dai familiari e amici di due famiglie cutresi a dir poco contrapposte – è arrivato sul finire dell’udienza, come un terribile fendente, il marchio “mafia” su quanto accaduto la sera del 23 novembre a Coviolo.
E che si sia trattato di un agguato premeditato tipico della ’ndrangheta non l’ha sostenuto l’accusa per inguaiare ancora di più l’unico imputato di questo processo (cioè l’imprenditore edile 70enne Gino Renato), bensì l’ha detto a sorpresa la difesa che, attingendo a piene mani dalle intercettazioni, sostiene che in quelle conversazioni captate vi siano i nomi di chi effettivamente volle uccidere Lombardo, lasciando anche intendere che quest’ultimo non solo è stato “imbeccato” dai carabinieri già sulla pista di Renato, ma soprattutto che il costruttore ferito non vuole dire tutto quello che sa. Un colpo di scena non indifferente che fa decisamente a pugni con l’iniziale articolata requisitoria del pm antimafia Enrico Cieri, chiusasi con la ferma richiesta di 12 anni di reclusione per l’imputato, senza mai pronunciare la parola mafia nelle sue valutazioni. «Questo processo è dominato dalla testimonianza di Lombardo sull’identità del suo aggressore – ha spiegato Cieri – e la sua credibilità è alimentata sia dall’autenticità del racconto, oltre che contestualizzata dalle prove raccolte. E’ un racconto coerente, di un uomo sempre lucido sia nell’immediatezza degli spari chiedendo aiuto a una persona a cui poi dà a memoria il numero di cellulare della figlia, sia quando è intubato in ospedale e fa le prime ammissioni una settimana dopo l’agguato. Dalle intercettazioni si capisce che i familiari gli suggeriscono di aspettare, invece Lombardo è determinato e indica lo sparatore ai carabinieri. Che gli abbiano mostrato la foto di Renato è ininfluente: lui conosce chi gli ha sparato, sono entrambi di Cutro e si sono frequentati». Poi il pm antimafia va all’attacco dell’alibi fornito dall’imputato: «Renato ha il cellulare spento dalle 18.31 alle 22.40 (l’agguato avvenne alle 20, ndr) e quel lasso di tempo viene riempito esclusivamente dal suo entourage familiare, ma con tante contraddizioni e ricordi troppo precisi. E’ un alibi elaborato a tavolino una volta lette le carte accusatorie, prima l’imputato resta in silenzio, chiederà di essere sentito in procura solo quando gli atti sono disponibili. Non a caso Renato non è tranquillo e lo si capisce anche per come è maturato il suo fermo». Sulla stessa linea d’onda l’avvocato di parte civile Francesco Antonio Maisano: chiede subito una provvisionale di centomila euro per i danni patiti da Lombardo, poi entra nel merito della credibilità della vittima («Un serio imprenditore, una persona perbene che non ha nessun interesse ad accusare falsamente Renato«), rimarca il coraggio della famiglia Lombardo («Anche chi proviene dalla Calabria ha fiducia nelle istituzioni), parla esplicitamente di fallimento dell’alibi di Renato per poi rivolgersi alla Corte: «Fate giustizia con la vostra sentenza, non c’è un ragionevole dubbio, vi sono le prove dirette». A questo punto entrano in scena i due difensori, ma Lombardo non li vuole proprio sentire ed esce dall’aula rimanendovi finché non avranno finito, mentre Renato non si perde – impassibile come una statua di cera – neanche un minuto del processo.
La prima arringa è dell’avvocato Noris Bucchi e parte dall’alibi del suo assistito: «Renato dà una versione dettagliata e precisa, quindi attendibile. Lui non c’era al Circolo Insieme prima dell’agguato come dice Lombardo: nessuno l’ha visto, le telecamere a circuito interno non lo mostrano. Non ha un movente, non vi sono rapporti fra lui e la vittima ed anche che sia amico di Giulio Bonaccio (il boss sarebbe il mandante del tentato omicidio secondo il ferito, ndr) non c’è prova, ma solo illazioni». Poi l’affondo più deciso sulla non credibilità del racconto della vittima: «Lombardo al primo soccorritore dice di non aver visto chi gli ha sparato e ai paramedici dice di essere stato colto da un infarto dopo aver sentito dei botti. Non si è reso conto di essere stato colpito e non fa nomi, il che è in contrasto con la richiesta, al risveglio, di poter parlare con i carabinieri per fare giustizia. Del resto la perizia dei Ris dice chiaramente che gli hanno sparato alle spalle, non ha visto nulla. C’è solo una gran confusione nella testa di Lombardo e quando, in quelle condizioni, ti mostrano unicamente la foto di Renato sei condizionato, una suggestione che fa cadere l’attendibilità della vittima». Dal “bisturi tagliente” di Bucchi si passa all’appassionata arringa dell’avvocato Luigi Colacino. Usa toni forti, alza spesso la voce, dice di essere stato disturbato molto da questo processo (la parte civile gli ha rinfacciato d’essere parente di un testimone-chiave della difesa, cioè Francesco Sarcone, ndr) e l’apertura è sorprendente: «Questo è un processo per mafia, nessuno poteva colpire se non certi ambienti... Lombardo lo sa chi gli ha sparato, deve aver fatto qualcosa di grosso. L’agguato? Da dietro, sparando da una macchina a circa 8 metri di distanza. Tutto premeditato. Invece è andato in carcere per un anno Renato che non c’entra: non ha senso che abbia agito a volto scoperto, men che meno che abbia usato la pistola del figlio che sarebbe come lasciare un timbro sul fatto. Impossibile poi che Bonaccio abbia mandato un vecchietto come Renato ad uccidere perché vent’anni prima Lombardo l’ha mandato via dal lavoro: la pista da seguire era un’altra». Poi chiede a gran voce alla Corte di risentire le bobine, di rileggersi in punti precisi le intercettazioni, specialmente nella prima perizia depositata da Giampietro Benedetti: «Lì c’è l’innocenza di Renato, vi sono altri nomi, Lombardo parla al plurale e dice di non aver riconosciuto chi gli ha sparato ma anche che il nome gliel’hanno detto i carabinieri». Con la richiesta d’assoluzione della difesa si è chiusa l’udienza: si tornerà in aula per repliche e sentenza.
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