La casa di Pulcinella? E’ a Reggio Emilia
Antonio Fava è il massimo esponente al mondo della Commedia dell’arte Tremila allievi ai suoi corsi, insegna nelle università di Illinois e Colorado
REGGIO
Dai primi anni '70 interpreta Pulcinella in tutto il mondo. Non solo, ma Antonio Fava lo insegna nelle università, nelle accademie europee ed americane e in Giappone.
Pulcinella significa la Commedia dell'arte, genere tutto italiano che ha segnato la storia del teatro.
Su questa Fava ha costruito una professione totalizzante per cui non solo è attore, ma una sorta di demiurgo, definizione che racchiude la molteplice attività che svolge come regista, studioso, musicista, docente, scrittore, tecnico-artigiano.
Poiché è lui stesso il costruttore delle sue maschere che a vederle anche soltanto appoggiate su un mobile appaiono già come dei bellissimi capolavori.
Dalle trenta edizioni dello stage della Commedia dell'arte che ogni anno tiene a Reggio, sono passati 3.000 attori, professori di teatro, scrittori, registi e anche burattinai, vale a dire tutti quelli che professionalmente hanno a che fare con il teatro.
Insieme alla moglie Dina Buccino, dirige ArscomicA, entità produttiva che comprende tutta la sua attività dove al centro c'è il suo Pulcinella, la cui caratteristica è quella di appartenergli in profondità, a livello di Dna familiare.
Com'è avvenuto tutto questo?
«Al paese d'origine della mia famiglie e dove sono nato, cioé Scandale in Calabria, mio papà Tommaso tante volte vestiva i panni di Pulcinella e divertiva tutti. Il fatto è che mia madre Mariù lo ha raccontato soltanto dopo la sua morte. Per questo posso dire che non sono figlio d'arte, ma “orfano” d'arte».
Qualche ricordo della sua famiglia.
«Venimmo a Reggio che avevo pochi mesi; eravamo 9 figli. Sono diventato zio quando avevo 2 anni. Da adolescente decine di persone circolavano in casa e in situazioni come i battesimi, le cresime, vi era tutta la famiglia riunita al completo. Si creava un clima etnico: l'idea era quella di un clan simile a quello, mafia esclusa, della grande festa nel film Padrino parte I. In quelle situazioni mio padre era attivissimo, proprio come un irresistibile “divertitore”».
Che cosa è rimasto dell'eredità paterna?
«Ho lavorato seriamente a quel materiale ed è venuta fuori la pulcinellata, una storia trucida, “Il pozzo”, che ripropongo in giro per il mondo ogni volta da vent'anni. Da una parte porto la cultura naif e d'altra parte sono uno studioso».
Nella sua formazione c'è anche la musica.
«Sono nato musicista come molti nella mia famiglia. In palcoscenico ho debuttato con Luciano Pavarotti nel nostro Teatro Municipale nel 1961: cantavo nel coro dei bambini nella Bohème. Studiavo al Peri con Gianfranco Masini e suonavo il flauto. Ero in una classe di ragazzi molto bravi con i quali Masini lavorava volentieri. In quegli anni fui contattato da una compagnia di teatro per scrivere della musica per una commedia. Era una melodia semplicissima che Masini volle vedere, per capire se ero all'altezza. La sua approvazione mi diede il la per partire definitivamente con il teatro. Tutt'ora scrivo le musiche per le commedie e la mia passione per Puccini è sempre viva dentro di me».
Il suo teatro mi sembra di capire che abbia un maggior riscontro all'estero.
«Un interesse mondiale contro il disinteresse nazionale. In giro per il mondo porto un pezzo di nostra cultura sempre con successo e grande dignità, contribuendo a dare un'immagine positiva del paese».
Risulta che abbia allievi da tutto il mondo.
«Allo stage della Commedia dell'Arte in questi anni ho avuto allievi da tutti gli stati d'Europa, poi da Algeria, Libano, Medio Oriente e Giappone. Con loro comunico e faccio teatro in francese inglese, spagnolo, catalano e portoghese. Tengo regolarmente lezioni in due Università dell'Illinois a Chicago, e in una del Colorado. Ogni anno a New York una scuola musicale mette in scena un'opera barocca di cui io curo la regia: quest'anno tocca alla Calisto di Francesco Cavalli. Per venire da noi la maggior parte degli studenti sfrutta una borsa di studio L'anno scorso un cileno della compagnia Teatri Istorico di Laguna aveva una borsa di studio di diecimila euro che gli ha permesso di frequentare tutti i corsi e di comprare le maschere».
A quanto pare le sua maschere sono molto ricercate.
«E' difficilissimo farle. In pochi riescono, per cui sono in molti a comprarmele. Recentemente la biblioteca dell'Università americana Northwestern ne ha acquistate cinque per metterle a disposizione degli studenti e saranno utilizzate per la ricerca e le rappresentazioni».
Qual è uno dei segreti che trasmette agli allievi ?
«Non mostrare mai la tecnica che si usa. Il teatro è un'arte semplice, il ché non significa facile. Il pubblico deve godere di questa semplicità; la commedia dell'arte fa felice il suo pubblico. Nata negli anni 30 del XVI secolo, gli italiani hanno cominciato a vendere il loro prodotto. Alla base di tutto c'è la maschera che fa da detonatore e permette a ciascuno di buttare fuori la propria condizione di personaggio. E' un lavoro in profondità ma sembra che nasca lì sul momento».
La sua sembra un'impresa familiare.
«Lo è. Mio figlio Ferruccio, studente di economia, ha fatto l'attore per diverso tempo, mia figlia Marcella è fotografa e si occupa del sito; mia moglie Dina è il boss. Lei mi vende, è praticamente una forza della natura».
Qual è la sua soddisfazione più recente?
«La pubblicazione del mio ultimo libro da parte dell'Università di Chicago. Ma io quando mi trovo davanti al pubblico mi sento a casa e sono felice. Durante gli spettacoli provoco gli spettatori per stare di più con loro».
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