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«A due anni dal terremoto sono tornato a vivere»

di Wainer Magnani
«A due anni dal terremoto sono tornato a vivere»

Stefano Spallanzani, salvato dalle macerie, racconta il suo ritorno alla normalità. La palestra, la prova in una gara di Cross Race: «Si può fare con forza e tenacia»

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REGGIO EMILIA

«Si può fare». E’ questo il messaggio di Stefano Spallanzani, 46 anni, agente di commercio che due anni fa, esattamente il 29 maggio, è rimasto schiacciato da una parete in cemento di un capannone dal peso di otto tonnellate in seguito al sisma che ha colpito Medolla. «Sì, con la forza di volontà si può tornare a una vita normale e godere delle piccole soddisfazioni». Come riuscire a portare a termine una gara di Cross Race (un percorso di guerra fatto di ostacoli, salti, scalate per un totale di otto chilometri) organizzato dalla palestra Eden in occasione dell’inaugurazione di “vacanze reggiane”.

Già, la palestra, la sua passione. «Ho sempre fatto palestra – prosegue Stefano Spallanzani – forse il mio fisico allenato mi ha aiutato a superare quel terribile trauma. Un miracolato? Forse ma certamente determinato a rialzare la testa, a riprendermi la mia vita». Oltre alla frattura del bacino, e a seri problemi al piede destro, aveva un disassamento delle vertebre di tre centimetri: una era compromessa, le altre quattro con gravi fratture. «Porto ancora le ferite ma oggi le posso mostrare con orgoglio perchè non mi impediscono di fare la mia vita, di andare in palestra, anzi è uno stimolo in più».

Stefano Spallanzani non si ritiene un fenomeno e quando domenica è stato osannato da Stefano Fontanesi istruttore dell’Eden, dopo il ritiro del premio, ha ammesso: «Sono una persona tenace ma come tante persone vittime di gravi incidenti. A Montecatone ho conosciuto ragazzi che purtroppo non riescono più a muovere le gambe o perfino le braccia». Il pensiero non può che tornare a quei terribili giorni del terremoto. A quella parete di un prefabbricato in cemento della carrozzeria Gualdi che gli è crollata addosso. «Mi possono ritenere fortunato, sono vivo mentre tante altre persone non ce l’hanno fatta». Impossibile dimenticare quegli istanti «e in effetti mi ricordo ancora tutto, fino a quando sono svenuto».

Oggi riabbracciare la moglie Annalisa Benassi e il figlioletto Leonardo fa parte della quotidianità «ma la prima volta è stata un’emozione indimenticabile». Così come sono solo un lontano ricordo quei lunghi mesi trascorsi in Rianimazione al Maggiore di Bologna e poi alla clinica di Imola. «Non voglio passare per eroe ma semplicemente essere un testimone di come la forza di volontà e la tenacia può farci superare ostacoli e difficoltà che sembrano insormontabili. La gara di Cross Race è stata uno stimolo, volevo mettermi alla prova, con le mie difficoltà di movimento ma anche con la determinazione che mi contraddistingue».

Stefano è stato segnato nel fisico ma soprattutto nell’anima. «Ogni volta che qualche amico si lamenta per gli inconvenienti che ci riserva la vita quotidiana ripenso ai quei ragazzi che ho conosciuto a Montecatone e mi ritengo fortunato. Ho visto cosa significa la sofferenza, un mondo duro, anche nelle cose più banali e per questo il mio messaggio è quello di non mollare mai, di andare avanti con forza senza farsi sopraffare dalla depressione. Sì, si può fare».

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