Gazzetta di Reggio

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Tav: due operai morti, eredi mai risarciti

di Tiziano Soresina
Tav: due operai morti, eredi mai risarciti

Uno era caposquadra e fu folgorato da una scarica da 15mila volt, l’amico si salvò ma lo stress subìto lo porterà alla tomba

30 maggio 2014
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E’ la triste storia di due amici che lavoravano insieme nel cantiere Tav di Fontana di Rubiera (la Rodano Consortile era l’impresa affidataria dei lavori della linea ad alta velocità nel tratto reggiano) e di un tragico incidente che sconvolse completamente le loro esistenze quasi sette anni fa.

L’operaio allora 48enne Riccardo Mondello era stato assegnato alla squadra diretta dall’amico 41enne Vincenzo Lo Voi ed insieme stavano lavorando ormai da sei anni quando nel primo pomeriggio del 18 luglio 2007 avvenne la tragedia.

Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, l’infortunio mortale avvenne durante la fase di costruzione di una sponda di un canale che doveva essere realizzata tramite una gettata di cemento. Un lavoro che veniva fatto con un’autogrù posizionata nelle vicinanze del canale, dotata di un “bicchiere” per il riempimento e lo scarico del cemento necessario per la realizzazione dell’opera. Il manovratore dell’autogrù provvedeva al riempimento del “bicchiere” tramite una betoniera che si trovava a lato della strada e successivamente lo posizionava in vicinanza del punto superiore della sponda del canale. Arrivato in quel punto, il “bicchiere” veniva preso da Lo Voi e Mondello. Ma mentre Lo Voi guidava il “bicchiere” la fune dell’autogrù veniva percorsa da una devastante scarica elettrica da 15mila volt: vi era stato un contatto fra la citata fune e i cavi dell’alta tensione.

Sono momenti terribili. Mondello riusciva miracolosamente a staccarsi dalla presa, anche grazie agli indumenti di protezione indossati (scarpe e guanti), finendo a terra per la scossa. Lo Voi, invece, rimane folgorato. Pur stordito, l’amico cerca di soccorrerlo: Vincenzo gli muore fra le braccia.

Sono trascorsi sette anni da quella tragedia, ma la sofferenza non si esaurì quel giorno. Gli eredi di Lovoi da allora non sono mai stati risarciti ed ora si sono costituiti parte civile nel processo penale non ancora conclusosi e che vede accusate di omicidio colposo quattro persone. Ma il destino ha continuato ad accanirsi anche con l’amico operaio che è morto cinque anni dopo.

«E’ stato un tragico infortunio sul lavoro che ha coinvolto Mondello – spiega l’avvocato Maurizio Colotto che tutela i due eredi dell’operaio, decisisi ad avviare un’azione di risarcimento-danni – non solo per il grave danno psicofisico subìto (riconosciuta un’invalidità del 35%, ndr), ma anche e soprattutto per la grave lesione alla propria dignità di uomo e di lavoratore, visto che nei cinque anni di vita residua si è ritrovato privo di ogni assistenza, senza un soldo di risarcimento, precipitando per questi fattori in uno stato di indigenza economica per lui insopportabile. Alla cronica disoccupazione a seguito della risoluzione del rapporto per cessazione dei lavori Tav – prosegue il legale – è seguita una vita di tormento sino alla morte nel 2012. Va precisato che la morte di Mondello è avvenuto per cause diverse dalle lesioni riportate nell’evento, ma che sono consistite in un grave disturbo post traumatico da stress poi cronicizzatosi. Non ha sopportato vedere morire in quel modo l’amico e stimato capo squadra: da lì le carte parlano di uno sviluppo di una malattia psichica. Dalla copiosa documentazione e dalle testimonianze ci si rende conto di quanto Riccardo credesse nei valori della nostra società e soprattutto dell’amicizia, insomma un uomo d’altri tempi». All’avvocato fa eco uno dei due eredi: «Aveva ogni giorno il pensiero di quanto gli era accaduto – spiega Pasquale Tumminaro – e soprattutto aveva sempre in mente la fine che aveva fatto il suo collega, quasi non si perdonasse di essere sopravvissuto. A tutt’oggi anche gli eredi di Lo Voi devono essere ancora risarciti: mi pare una cosa assurda».

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