Un “padre” reggiano per la Particella di Dio
Luciano Magnani da San Giovanni di Querciola, ingegnere al Cern di Ginevra Una carriera iniziata studiando telecomunicazioni per conto della Rai
VIANO. Luciano Magnani, un nome diventato celebre nel mondo della scienza e della fisica in particolare. E’ un ricercatore del Cern di Ginevra che ha partecipato alla scoperta del Bosone, detto anche Particella di Dio. Ha contribuito, con la sua scoperta, a tenere sotto controllo il caos creato dalle particelle ioniche instabili. Misteri incomprensibili per i più, ma dietro le sue formule si nascondono le leggi dell’universo.
Magnani è nato e cresciuto a Reggio, città a cui è legato sentimentalmente, dove torna appena il lavoro glielo concede. La sua carriera non era di certo partita dalla ricerca sulla fisica nucleare. I suoi studi accademici infatti l'avevano portato a studiare le microonde per le telecomunicazioni, strada che era fortemente incentivata dalla Rai che in quel tempo aveva necessità di tecnici.
Come è nata l'idea di partire e andare al Cern?
«È stato il caso. Una mattina un mio collega di Milano mi chiama a Torino, dove eravamo nella sede della Rai e mi dice: "Luciano, non sai cosa ho letto sul giornale di oggi, il Cern afferma che le particelle amano le microonde e stanno cercando tecnici esperti per studiare il fenomeno. Andiamo a fare un giro". Quindi partii e andai a Ginevra dove diventai assistente di Antonino Zichichi. Alle spalle però avevo la sicurezza che nei tre anni successivi sarei potuto ritornare alla Marconi Wireless e riavere il mio posto di lavoro. Quella era una solida copertura per chi voleva andare all'avventura e partire».
Come è stato l'arrivo a Ginevra?
«Il trasferimento in Svizzera è stato duro. Ho avuto la fortuna di essere abituato a stare lontano da casa avendo frequentato l'università a Modena, poi c'è stato il militare e infine lavoravo a Genova. Non ero troppo legato alla mia routine e mi sono adattato. Inoltre credo che per uno studioso di scienza e tecnologia sia più semplice staccarsi dal proprio paese. Sicuramente i primi ostacoli che ho incontrato sono stati le abitudini di vita, il rapporto con le altre persone, soprattutto le donne che mi reputavano invadente. Inoltre ho trovato molte difficoltà con le lingue; io conoscevo un inglese accademico che si è rivelato insufficiente per la comunicazione specifica che richiedeva la fisica del Cern. Così sono tornato sui banchi per imparare l'inglese, il francese e la fisica nucleare in cui ero acerbo. Questa mia mancanza mi è costata qualche screzio con Zichichi».
Cosa racconta del primo periodo al Cern?
«Ho avuto qualche difficoltà, oltre al fatto di essere italiano ero svantaggiato nelle conoscenze fisiche. Per fortuna nell'esperienza sulle microonde ero fortissimo, non avevo pari e questo mi ha salvato. Ho dovuto studiare molto però per arrivare ad essere un ricercatore di livello, mi sono laureato a Ginevra in Ingegneria Nucleare e da quel momento è stato tutto più semplice poiché potevo unire la mia esperienza sulle microonde alla fisica nucleare. In ogni caso anche dopo non è stata una passeggiata, al Cern si è sempre messi alla prova, bisogna dimostrare di essere all'altezza. Ci vuole passione e umiltà. Bisogna sempre essere umili e sinceri. Io quando sono arrivato al Cern non ero pronto ma avevo la passione e la volontà di arrivare e sapevo che tutti gli sforzi che stavo compiendo mi avrebbero portato a un traguardo. Questo credo che sia un problema fondamentale in Italia. Si parla tanto di posto fisso e stipendio, ma queste dovrebbero essere solo le conseguenze e non l'obiettivo. Dovremmo avere degli scopi, senza preoccuparci dello stipendio. In Svizzera è così, ogni sforzo è ricompensato».
Come sono visti gli italiani all'estero?
«I nordici sono più pragmatici di noi italiani, vanno sempre al sodo, ma hanno problemi nelle relazioni sociali. Il vero problema dell'Italia è la leadership politica che non dà alcuna sicurezza. Così gli italiani risultano un popolo allo sbando che non sa più a chi rivolgersi, e quindi nasce il Movimento 5 Stelle. Non c'è alcuna continuità e i paesi esteri non investono su di noi. Una volta un mio collega francese mi ha detto: mai avrei pensato di prendere ordini da un italiano. Nei telegiornali esteri quando si parla d'Italia si vede Berlusconi che dice le barzellette, le minoranze religiose che si puniscono in nome della Vergine con le pietre, il Carnevale di Ivrea dove si sprecano quintali di arance. Questa è l'Italia che conoscono gli europei e noi dobbiamo fare di tutto per distruggere questo stereotipo».
Come potremmo fare?
«Migliorando la nostra economia, diventando una potenza, dobbiamo dedicarci alla ricerca, alla scienza che è il nostro futuro, allo studio, dando spazio ai giovani con offerte di lavoro serie. Solo facendo riprendere l'economia con la tecnologia d'avanguardia possiamo risollevarci e poi trovare anche i fondi per salvaguardare i nostri tesori artistici. Il nostro paese ha un patrimonio artistico immenso, ma senza i fondi che arrivano dall'economia non abbiamo i mezzi per preservarlo. La prima cosa è mantenere una sicurezza politica, attirando i capitali, poi usarli nella ricerca e nell'occupazione dei giovani, dando loro degli stimoli che li spronino ad acculturarsi. Ricordiamoci che la grande Germania anni fa era in ginocchio».
Tornerebbe in Italia?
«Tornare in Italia per me sarebbe come tornare indietro anni luce, non c'è niente per me qui. Sia ben chiaro, dal punto di vista intellettuale noi italiani siamo più avanti degli altri paesi, abbiamo una cultura e un livello di istruzione molto più avanzato rispetto a tutto il resto d'Europa, il problema è che poi non riusciamo a specializzarci, ci concentriamo non sull'obiettivo ma sul posto di lavoro. Quello che consiglio ai giovani è di non partire per imparare ma partire per approfondire, ampliare la mente, sapendo che si hanno le stesse possibilità di tutti gli altri. Non per niente l'ha vinto Rubbia il premio Nobel, non un tedesco. In Italia si potrà tornare quando ci sarà una politica diversa».
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