Il Quartetto Kelemen entusiasma con Bartok e vince il Borciani
Ai Quartetti Mucha e Varèse il secondo e terzo posto Il presidente di giuria Ikeda: «Tutte esecuzioni magnifiche»
REGGIO. Sono loro, i formidabili ungheresi del Quartetto Kelemen i vincitori della X decima edizione del Premio “Paolo Borciani”, un primo premio meritatissimo per certi aspetti inequivocabile, già dalla prova eliminatoria: il bellissimo Mozart “delle dissonanze”, biglietto da visita e preludio mozzafiato a una prestazione complessiva che ha avuto un inarrestabile crescendo, fino alla perfetta interpretazione del Quartetto n.5 di Bartok suonato alla finalissima.
Il massimo riconoscimento per i quattro magnifici musicisti – Barnabas Kelemen Katalin e Dora Kokas e Gabor Homoky – si è tradotto in un tributo al rigore, all’equilibrio, alla perfezione tecnica, ma anche a un modo di interpretare “libero” e originale. La gara per loro, nel corso del suo svolgimento, si è trasformata man mano in un’escalation inesorabile, anche se insidiata da Quartetto Mucha, un’altra formazione mitteleuropea come loro: meno aggressivo ed equilibrato rispetto all’ungherese, ma capace di struggenti tenerezze verso Shostakovich, il loro autore preferito; a loro è andato il secondo premio, ma anche quello del pubblico per una manciata di schede: 197 a 192 su 515 voti. Al quartetto Indaco è andato il Premio Jeunesses Musicales Deutschland ed al Varèse, l’altro quartetto finalista, sono andate 126 preferenze, il terzo premio più il premio speciale per la miglior esecuzione del brano contemporaneo.
Sono stati loro a rompere il ghiaccio in una serata tra le più felici, della storia del concorso anche per la cospicua presenza di pubblico.
Hanno suonato con ardore l’ammaliante il Quartetto “La morte e la fanciulla” di Schubert punteggiandolo dei giusti colori e screziature; solo nel finale che è una sorta di vorticosa danza macabra, si sono un pochino irrigiditi. A seguire, i Kelemen hanno attaccato Bartok autore ungherese come loro. L’autorevolezza del loro modo di suonare, la forte personalità del primo violino ci hanno ricordato quanto nell’edizione del 1990 (la seconda) aveva realizzato un’altra formazione ungherese, il Quartetto Keller guidato dalla spinta creativa del leader Andras. A loro è andata la prima edizione del premio a questi la decima, al termine di un’interpretazione trascinante in cui le varie possibilità di suono e di effetti strumentali si sono espresse in frasi articolate e figure ritmiche ardite, tra desiderio di canto, violenta introspezione visionaria e il sensodi libertà dei mondi antichi.
Mentre suonava il Kelemen, non si poteva non guardare in direzione della giuria con Martha Argerich intenta a seguire la partitura muovendo vistosamente il capo; pareva che suonasse con esso. Da ultimo il Mucha ha dato al Quartetto n.9 di Shostakovich, un’espressione intensa; nel finale ha colpito il recitativo drammatico esposto dal bravissimo violoncello che emergeva tra temi angosciosi e malinconici. E’ stato un caleidoscopio di emozioni Shostakovich sotto le loro dita.
La qualità delle esecuzioni emersa in tutte le giornate del Premio Paolo Borciani 2014, è stata così sottolineata dal presidente della giuria Kikuei Ikeda mentre annunciava i premi: «Tutti e dieci i quartetti hanno suonato magnificamente ed è stata dolorosa la selezione; le opinioni dei giurati in merito hanno avuto ben poche divergenze; anche per noi è stato come suonare insieme. Un nostro sentito ringraziamento va al pubblico per il grande sostegno che ci ha dato. Senza di esso la vera musica quella “dal vivo” non avrebbe senso».
Giulia Bassi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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