Prestiti alla collega a tassi da usura
Correggio: condannate due lavoratrici dell’ospedale, la vittima anche minacciata
CORREGGIO. Sono tre colleghe – lavorano tutte all’ospedale di Correggio – che si conoscono da una ventina d’anni, ma due di loro per una brutta storia di prestiti a tassi usurari e minacce estorsive sono finite nei guai, con proprio la terza di loro entrata in quella “morsa”.
Una vicenda arrivata al culmine nell’aprile scorso con l’arresto della 45enne d’origine catanzarese Carmelina Pugliese, ma solo ieri è “filtrata” la notizia nella sua globalità in tribunale a Reggio, perché è stata processata la 48enne d’orgine cutrese Marianna Oppido, considerata dal pm Stefania Pigozzi – che ha coordinato le indagini della finanza – la collega-complice. Tutto ruota su due prestiti: il primo da 5mila euro (nel maggio 2011) a fronte del quale la collega-vittima (costituitasi parte civile nel processo) firma e consegna 24 cambiali in bianco da 500 euro, per complessivi 12mila euro (praticato un tasso del 70% annuo); il secondo da 2.500 euro (nella primavera 2012) con il solito sistema delle cambiali in bianco per 7mila euro (qui il tasso è addirittura del 154%). La vittima pagherà (con rate da 500 euro) sino a quasi 15mila euro, poi non ce la fa più a tenere quel “ritmo” e cominciano sms e telefonate di minacce per farle scucire i soldi. Un incubo che la “strozzata” rompe andando a denunciare il fatto. Il pm Pigozzi ha chiesto 4 anni di reclusione e 1.200 euro di multa per l’imputata, ritenendo provato che mise in contatto la collega-vittima con la Pugliese per quei prestiti. Il pm, sulla base delle intercettazioni, descrive la Oppido e la Pugliese (quest’ultima condannata mesi fa, con rito abbreviato, a 3 anni di carcere, ndr) come due complici, con la prima che “suggerisce” le minacce, arrivando persino a pagare alla vittima un precedente debito, purché desse quei soldi alla Pugliese («Una sorta di partita di giro...»). L’avvocato difensore Costantino Diana, sulla scia di quanto detto con fare ruvido poco prima in aula dalla sua assistita, ha chiesto l’assoluzione, parlando della Oppido come di una «povera disperata» che non sapeva con esattezza l’entità delle somme, messa in mezzo dalle due colleghe a tal punto da saldare il debito che aveva purché quella che non pagava si tirasse fuori dai guai. Il difensore ha anche minimizzato la frase intercettata “Ti faccio ammazzare come i porci”, ritenendolo un modo di dire dialettale che allude solamente alla litigata per i soldi. Tesi difensive che non hanno sfondato: la Corte ha condannato la 48enne a 3 anni e mezzo di carcere ed 800 euro di multa.(t.s.)
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