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Motti, il “rocker” indagato «Accuse da fantascienza»

di Evaristo Sparvieri
Motti, il “rocker” indagato «Accuse da fantascienza»

L’ex europarlamentare al Palagibi per un concerto davanti a tremila studenti Tra il pubblico, pochissimi a conoscenza dell’inchiesta. Lui si difende: «È tutto ok»

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Canta “La verità” e “Tutti assolti” davanti a circa 2.700 studenti. Ma in pochissimi tra i presenti, ragazzi e insegnanti, sembrano al corrente che l’europarlamentare reggiano uscente e novello rockettaro, Tiziano Motti, l’erogatore delle loro borse di studio, è al centro di un’inchiesta della Procura di Reggio per truffa allo Stato e stampa clandestina: cinque indagati, compresa sua moglie Stefania Bigliardi, in un’inchiesta condotta dal sostituto procuratore, Stefania Pigozzi. Nel mirino, i contributi per periodici editi da cooperative di giornalisti riguardanti la “Nuova Stampa”, di cui Motti è amministratore unico e a cui preventivamente la Procura ha sequestrato circa 300mila euro. E ieri mattina, sul palco durante il suo concerto, Motti non ne ha fatto parola, in un live di oltre mezz’ora al Palabigi in occasione di “We Write 2014”, manifestazione organizzata dallo stesso Motti con la premiazione di sei studenti degli istituti di scuola superiore di Reggio, e di tre ragazzi che hanno partecipato al progetto “Una settimana da giornalista”.

Motti, “Tutti assolti”... se la canta e sa la suona oppure se l’è tirata?

«È una canzone dedicata all’assoluzione divina, quindi un po’ più alta delle nostre beghe terrestri».

Visto quello che sta succedendo, sembra che si stia cantando una sorta di auspicio...

«Quando uno è tranquillo non ha bisogno di auspici. Non è una canzone autoreferenziale».

Sul palco, però, ha cantato anche “La verità”. Allora, qual è la sua verità su questa inchiesta?

«È una canzone interessante perché cerco di interpretare il fatto che a volte siamo bombardati da notizie che poi assumono una specie di connotazione di verità solo per il fatto che sono notizie, mentre la verità spesso è molto diversa. A volte i media tendono a fornire già una specie di pre-condanna nel momento in cui l’ignoranza del cittadino, che non è un tecnico, fa assumere al concetto di “indagato” il contenuto che non ha di “condannato”. La verità la sa solo chi i fatti li ha compiuti o non compiuti».

Ok. Ma su questa vicenda? Non ha risposto...

«Non c’è una vicenda. Questa cosa che viene contestata ha dei connotati fantascientifici. Il pm che dovrebbe archiviare sta con forza cercando di portarlo avanti. Quando ci saranno dei gradi di giudizio che definiranno le reali circostanze si capirà che è una vicenda inconstistente».

Tra i ragazzi qui presenti, ai quali questa manifestazione pretende di insegnare il giornalismo, nessuno sa che è indagato. È un bene o male?

«Vuol dire che non leggono i giornali. Non so. Ma le faccio un esempio: se noi la querelassimo e dicessimo che lei ci ha derubati, sicuramente la indagherebbero».

Sì, ma qui parliamo di truffa allo Stato. È grave. E sta cambiando discorso...

«Mi faccia andare avanti. Sarà lei durante il suo percorso a dover giustificare che noi abbiamo fatto un’azione condannabile per calunnia. Ma fino a questo punto lei sarebbe indagato».

Quindi? Mette in discussione l’informazione? Oppure il sistema della giustizia?

«Sto solo dicendo che “indagato” è una parola del piffero, che vuol dire solo che qualcuno sta indagando. Non vuol dire che ha fatto qualcosa che non doveva fare. Dovremmo trasferire il concetto che è normale essere indagati quando qualcuno dice: “Secondo me questi signori hanno fatto cose che non andavano fatti”. Poi alla fine uno è colpevole o innocente. Ma essere indagati non è niente. È una fase in cui qualcuno sta verificando. E verificherete che è tutto a posto».

Ma come spiegherebbe a questi ragazzi l’inchiesta?

«Direi che c’è una cooperativa che stampa un giornale che ha richiesto dei contributi, che sono stati concessi ed erogati. E che c’è qualcuno che mette in discussione la liceità di queste erogazioni, prima di tutto dicendo che c’è un errore tecnico, e cioè che il giornale nel suo trasferimento a Reggio doveva essere prontamente trasferito da un tribunale all’altro. Secondo la Procura, si generebbe un reato perché se il giornale è clandestino e non regolare non poteva incassare i contributi. Poi pare che sia messa in discussione anche l’aspetto tecnico legato alla cooperativa, cioè il fatto che sia una cooperativa regolare o non regolare».

Pare? C’è un’indagine...

«La questione tecnica è ampiamente superabile perchè ci sono due elementi: l'iscrizione al Roc (Registro degli Operatori di Comunicazione, ndr) che supera il tribunale, e il fatto che la testata era diffusa anche tramite internet, e questo ai tempi della legge sulla stampa none era prevedibile. È tutto a posto: processeranno e alla fine ci sarà un'assoluzione, cosa vuole che le dica?».

Qui sul palco ci sono tanti suoi amici della tv. Ma quanto ha speso? Come ha pagato?

«Questa manifestazione ha un costo. Gli ospiti non sono a pagamento. A pagamento c'è la struttura che però rientra in un progetto che eroga denaro agli studenti tramite borse di studio e ai partner dell'iniziativa. Se non spendi, non fai sapere a nessuno l’esistenza di queste iniziative. E l’importanza di farlo sapere, premesso che la beneficienza andrebbe sempre fatta in privato, è che si generi sempre una reazione a catena. E quindi l’attenzione a catena di questi ragazzi verso associazioni che tutelano i diritti dei più deboli».

Imprenditorialmente, non fa una piega. Però anche qui non ha risposto. Tipico dei politici... non aveva chiuso?

«A Bruxelles scado il 1 luglio dando il posto ai nuovi e come tutti sanno ho deciso di non ricandidarmi: il mio era già un progetto a tempo determinato. La politica? Io cambio pelle e mi cimento in cose che fino a qualche giorno prima non immaginavo nemmeno. Quindi non escludo nulla, naturalmente».

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