La nipote rende onore alla memoria di Effro Lamelli
NOVELLARA. Fra i 9 reggiani internati nei campi di concentramento nazisti insigni, alla Festa della Repubblica, di medaglia d'onore c'era anche Effro Lamelli. Che, fino ad un anno e mezzo fa, dai...
NOVELLARA. Fra i 9 reggiani internati nei campi di concentramento nazisti insigni, alla Festa della Repubblica, di medaglia d'onore c'era anche Effro Lamelli. Che, fino ad un anno e mezzo fa, dai documenti in Comune, risultava solo morto in Germania, senza alcuna altra specificazione. La scoperta, fatta dalla nipote Federica Verocchi, che abita a San Giovanni di Novellara, l'aveva molto amareggiata, perché riteneva ingiusto venisse ignorato il sacrificio del suo congiunto, che non ha conosciuto ma di cui tanto ha sentito parlare in famiglia. Effro, detto “Efrom”, nato nel 1915, nella seconda guerra mondiale fu mandato a combattere prima in Albania e poi in Grecia. Dopo l'8 settembre rifiutò, come tanti altri soldati italiani, di continuare a combattere coi fascisti a fianco dei nazisti. Per questo fu internato nel campo di concentramento tedesco di Fürstenberg, dove morì ucciso dalla fame, dal freddo e dalle fatiche, il 19 marzo 1944, marchiato col numero 316119. La nipote non poteva accettare l'idea che il suo ricordo si esaurissero in una foto sulla lapide. Attraverso il Ministero della Difesa, contattò il centro di ricerche di Arolsen e il Wast di Berlino e riuscì a trovare la documentazione che cercava; con questa fece domanda per il conferimento della medaglia d'onore prevista per i deportati nei lager nazisti. Il 2 giugno c'era lei a riceverla, a Reggio, dal prefetto. Perché questo impegno? «Perché Effro è morto per aver avuto il coraggio di dire no ai nazisti; per il dolore di mia nonna; perché volevo lasciare ai miei figli il ricordo del suo sacrificio, affinché tengano ben presente che la libertà di cui godiamo, noi e loro, non è piovuta dal cielo, ma è il frutto del coraggio e del sacrificio di tante persone; che l'orrore dei campi di concentramento, dove sono morti milioni di uomini, donne e bambini, non è un film o una favola senza lieto fine, ma una terribile realtà che non deve ripetersi mai più».
Vittorio Ariosi
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